PRIMA PARTE
Nel 1871 Charles Darwin, nel libro “ L’origine dell’uomo”, affermò che tutti gli esseri viventi sono soggetti alle stesse leggi che governano i fenomeni naturali. L’uomo, pertanto, doveva avere avuto antenati i quali, a loro volta, dovevano possedere caratteristiche simili a quelli degli animali a cui egli oggi somiglia di più, ossia le scimmie. In seguito, polemiche sia del tempo che attuali hanno teso ad affermare che Darwin diceva semplicemente che l’uomo discende dalla scimmia. Questa conclusione non è corretta: cercheremo di capire perché e ne approfitteremo per fare un’escursione nel lontano passato.
Darwin sosteneva semplicemente che uomo e scimmia dovevano avere avuto in passato antenati comuni, così come oggi due cugini hanno i nonni in comune.
Non è scopo di questa rubrica intersecare religione, fede, miti e così via con la scienza e pertanto ci atterremo agli sviluppi dell’antropologia e della paleoantropologia. L’antropologia studia l’uomo e si è sviluppata particolarmente dalla seconda metà dell’800 in poi.
Quella che viene chiamata la teoria evoluzionistica di Darwin poggia su tre presupposti di fondo.
Primo: tutti gli esseri viventi, animali e vegetali, fanno molti più figli di quanti non ne necessitano per l’equilibrio con ambiente e cibo disponibili.
Secondo: gli organismi della stessa specie non sono tutti identici (ve ne sono di grandi e piccoli, di colori diversi, più o meno svelti, ecc…).
Terzo: fra organismi di diversa specie e anche della stessa specie esiste una continua lotta per la sopravvivenza, nella quale prevalgono i più forti e comunque quelli meglio attrezzati per accedere alle risorse della natura, ottenendo così un vantaggio riproduttivo su individui più deboli.

A metà ottocento, nella valle del fiume Neander, vicino a Dusseldorf in Germania, vennero rinvenuti resti fossili di cranio e ossa umani, che non furono subito interpretate in senso evolutivo, ma come resti di uomo moderno rachitico, deforme, malato, insomma con diversi problemi fisici. In seguito, dopo il ritrovamento di altri esemplari simili, Thomas Huxley (amico di Darwin) interpretò correttamente i ritrovamenti come le vestigia di una razza umana primitiva, cui fu assegnata la denominazione di UOMO di NEANDERTHAL. Doveva trattarsi di un individuo alto circa un metro e mezzo, tarchiato, con un grosso cranio (1.500 centimetri cubi di volume, superiore al nostro attuale), arcate sopraorbitali prominenti, fronte sfuggente. Apparenza “brutale”, come molte scimmie. Idea ingannevole, poiché questo individuo, vissuto nel periodo tra 130.000 e 35.000 anni fa, in realtà si scoprirà che seppelliva i morti e conosceva il fuoco venendo così a far parte del tipo “sapiens”, seppur con un iter evolutivo divergente rispetto al nostro, che in ogni caso lo portò all’estinzione. In seguito si scoprirà che i nostri veri antenati hanno abitato l’Africa 3,5 milioni di anni fa.

Ricercare le tracce dell’origine dell’uomo, la sua storia evolutiva, divenne così una forte motivazione scientifica: nacque la paleoantropologia, scienza che si occupa della ricerca e catalogazione dei reperti fossili umani, estesa dalle ossa, alle strutture, agli utensili, alle testimonianze (come i dipinti e le iscrizioni) delle attività identificate nel lontano periodo.
Le scoperte hanno riguardato prevalentemente l’Africa, ma anche Asia ed Europa e pur non essendo in numero eccezionale hanno consentito di ricostruire la nostra storia. Per lungo tempo si credette che fosse l’Europa la culla degli antenati, ma negli ultimi decenni si è definitivamente appurata l’origine africana del genere umano.
Solitamente, usiamo il termine ominide generico per raccogliere tutti i tipi ancestrali della specie umana. Due milioni di anni fa, contemporaneamente, vivevano in Africa due diversi tipi di ominidi: gli Australopiteci e quelli del genere Homo. I primi si sono estinti senza lasciare discendenti e i secondi sono invece i nostri antenati diretti, che si sono evoluti fino alla nostra specie.
Due le scoperte risalenti a 3,5 milioni di anni fa: la celebre LUCY, una giovane femmina ritrovata vicino ad Addis Abeba nel 1974, e le tracce dei passi di tre individui, lasciate sulla cenere calda di un vulcano. Entrambi Australopiteci, con andatura eretta e che vivevano nella savana.
Le impronte dei passi, scoperte in Tanzania nel 1976 vicino ad un vulcano oggi spento, furono datate a 3,7 milioni di anni fa. Sempre negli anni ‘70 fu fatta una scoperta sensazionale: quella di interi gruppi di individui, veri e propri nuclei familiari, probabilmente morti per catastrofe naturale e con caratteristiche simili a Lucy.
Com’è noto, noi umani siamo i soli mammiferi a camminare in posizione eretta, la cui conquista evolutiva non è scientificamente scontata. Quali furono i vantaggi evolutivi della stazione eretta rispetto all’andatura a quattro zampe degli altri mammiferi?
Intanto va chiarito che l’evoluzione si realizza mediante piccole e successive variazioni casuali della struttura del DNA (le mutazioni) che abilitano altrettante modifiche dell’organismo entro cui il DNA è contenuto. Le mutazioni, di per sé, non sono né vantaggiose né svantaggiose: dipendono dall’interazione dell’organismo con l’ambiente e sarà quest’ultimo a cancellarle o consolidarle.
Camminare a quattro zampe è molto più comodo e richiede meno energia. Quindi la postura eretta non sarebbe in genere conveniente: acquisirla è un evento straordinario, per ottenere il quale la nostra anatomia deve modificarsi radicalmente. Ci doveva essere una motivazione ben precisa.
Potremmo intanto affermare, in linea con i concetti espressi finora, che gli ominidi acquisirono la posizione eretta sicuramente per essere garantiti sul loro modo di vivere in un ambiente continuamente in mutamento (foreste, savane, mari, si sono modificati nei millenni).
Dal punto di vista strutturale, l’andatura bipede richiede uno sviluppo muscolare notevole e un ingrandimento degli arti inferiori. Non è affatto naturale, eleva il baricentro del nostro corpo, sfidando la gravità e ci colloca in posizione di sostanziale instabilità. il che comporta un maggior consumo di energia, per la ricerca continua dell’equilibrio. Aggiungiamo che implica anche molti rischi: immobilità a causa di fratture di un arto, sciatiche, schiacciamento vertebrale, e vari malanni.
continua sul prossimo numero di Stampa Reggiana…


