di Ivan Spelti

prof. Mario Rigutti

 E chi non sa come si fa? Uno, o perché fa ricerca o perché ha letto i risultati di chi fa ricerca, ne sa abbastanza (o crede di saperne abbastanza) e ne parla a quelli che non sanno le cose della scienza. E che ci vuole? Oltretutto può procurare quattrini e nei casi più fortunati anche molti.

Anch’io ho fatto divulgazione scientifica e so come si fa. Quattrini pochi perché per me la divulgazione della scienza, o meglio la diffusione della scienza, è sempre stata un dovere e, più che altro, l’ho fatta gratis.

Il mio primo libro uscì nel 1960. Naturalmente la divulgazione scientifica era già cosa nota, benché non fosse, come oggi, molto praticata. Ma facciamo conto che sia cominciata nel 1960. L’anno prossimo avrà la bella età di 60 anni.

Più di mezzo secolo. Da allora sono uscite montagne di libri e di pubblicazioni di ogni genere, comprese quelle della radio e della TV.

Bene, il risultato di più di mezzo secolo di divulgazione è davanti agli occhi di tutti. E se a qualcuno fosse sfuggito qualcosa si guardi qualche trasmissione a premi TV, in cui anche ai più asini può capitare di vincere cifre non indifferenti, nelle quali vengono poste – con serietà – anche domande del tipo “Qual è il pianeta più grande del nostro sistema solare?”, che rimangono senza risposta o con risposta sbagliata da parte di concorrenti che non sono braccianti o taglialegna o raccoglitori di pomodori ma, molto spesso, studenti o addirittura laureati.

Non sarebbe poi tanto sbagliato domandarsi il perché del calo delle iscrizioni alle facoltà scientifiche, Fisica in modo particolare, e il perché del sorgere e crescere tra la gente di tante idee antiscientifiche: Terra piatta, avversione per le vaccinazioni, negazione dell’arrivo dell’uomo sulla Luna, azioni antiumanitarie tramite scie velenose sparse da aerei, fiducia nei guaritori e nelle medicine alternative, diffusione dell’astrologia e degli oroscopi con grande rispetto portato agli astrologi che intervengono in TV, ecc.

Il fatto è che in Italia si legge poco e i libri di divulgazione scientifica spiccano per mancanza di lettori. La maggior parte delle persone le idee sulla scienza se le fanno al bar o discorrendo con gli amici (altrettanto ignoranti). Una famiglia su 10 non possiede libri e solo una ventina di milioni di italiani dichiara di aver letto un libro nei dodici mesi precedenti l’intervista. I libri di divulgazione scientifica sono circa un decimo di quelli venduti. Forse i lettori di scienza sono meno di un milione. Su quasi 60 milioni di italiani, tanti siamo oggi.

Conclusione: noi divulgatori abbiamo fallito l’obiettivo! La nostra divulgazione scientifica se (si spera) non ha fatto danno non è servita a niente e la responsabilità è nostra, di noi che in qualche modo ci occupiamo della scienza, di noi che non abbiamo saputo raccontarla in modo interessante al grande pubblico.

Quindi dobbiamo cambiare il modo di fare, di dire, di scrivere. Prima di tutto, bisogna che scrittori, giornalisti, ricercatori, abbandonino quel loro antipatico e presuntuoso modo di porsi davanti al lettore. Pensate un solo momento a Piero Angela, secondo moltissimi grande divulgatore e da molti imitato. E’ solo un esempio.

A parte il fatto che da parecchio tempo le sue trasmissioni sono notiziari, non giustifica nulla. La sua parola è quanto deve bastare. Pare il sacerdote che dice la “parola del Signore”. Così sono e fanno (quasi) tutti i divulgatori. Se ti dicono, che so, che di universi ce ne sono tanti, forse infiniti, tu devi sentire dentro di te soltanto meraviglia e non puoi dubitare se non vuoi apparire un idiota vanaglorioso. Perché essi sanno…e tu no.

Che sia questo il motivo fondamentale per il crescente aumento del rifiuto della scienza e, di conseguenza, della generale ignoranza scientifica? Temo di sì.

E, di nuovo, la forse doverosa e non rifiutabile conclusione: bisogna cambiare.

Oltretutto, conviene rendersi conto, ed è sciocco rifiutarlo, che i lettori non sono più quelli di una volta. Sessant’anni fa il mondo era diverso. Oggi i lettori cercano altro nei libri. Non sarebbe male fare un esame della situazione mettendo a confronto le competenze e le idee di sociologi, psicologi, scienziati e giornalisti scientifici disposti a mettersi in discussione ben sapendo che duecento anni fa sugli stessi argomenti si dicevano cose molto differenti da quelle che si dicono oggi e che fra duecento anni, molto probabilmente, ciò che si dice oggi sarà superato. Queste persone dovrebbero mettere a fuoco il problema e inventare nuove strategie per la diffusione della scienza. Che poi si riducono, essenzialmente, a saper inventare un modo di scrivere che sia gradito al lettore di oggi.

Potrei chiudere qui e dire che non so suggerire alcuna nuova strada, adatta ai tempi, però qualche idea, o dubbio, ce l’ho. Se i libri di divulgazione che si vendono rappresentano, più o meno, il 10% delle vendite, l’altro 90% è rappresentato in parte da libri più o meno futili e in gran parte da narrativa. In ogni caso i libri più venduti, tra i quali quelli destinati a diventare best-seller appartengono al ramo narrativa.

Allora un’idea da considerare potrebbe essere la seguente: non scrivere direttamente di scienza, di sola scienza, ma scrivere romanzi o racconti in cui la scienza sia uno degli ingredienti. Anche 2001 odissea nello spazio era un racconto e quanti l’hanno visto hanno imparato, senza volerlo, un sacco di cose scientifiche.

Anche il “Mondo d’acqua” di Frank Schätzing è una specie di romanzo in cui la scienza ha una parte molto importante. Anche quel triste e appassionato libro di Dacia Maraini “La lunga vita di Marianna Ucrìa” è un romanzo e nello stesso tempo un libro di storia del costume e della vita nella Sicilia della prima metà del Settecento.

Ecco, bisognerebbe che la nuova diffusione della scienza venisse fatta in questo modo: raccontando storie (narrativa) nelle quali la scienza (la medicina, la psicologia, l’astronomia, la fisica, la chimica, la vulcanologia, qualsiasi altro ramo della scienza) sia un aspetto fondamentale. Si legge la storia e si impara la scienza. Se non siamo capaci di farlo, tanto vale smettere, visti i risultati ricordati qui sopra.

Voglio chiudere ricordando un lavoro che il mio amico Ivan Spelti di Reggio nell’Emilia mi ha fatto leggere in bozza: un romanzo concepito come quelli a cui ho accennato, L’Oscuro universo. Spero che, preso dai suoi molti impegni, non si fermi alla bozza, ma che lo completi e lo pubblichi. Sarebbe un esempio per tutti coloro che non vogliono camminare solo sulle vecchie strade a raccogliere nuovi insuccessi. Dopo tanti anni di inutile e forse dannosa “divulgazione” potremmo veder fiorire qualcosa di nuovo che sappia richiamare anche l’attenzione dei giovani lettori e cambiare, magari in modo deciso, la piuttosto sconfortante situazione attuale che pian piano, ma inevitabilmente, porta alla sottocultura e al non saper vivere il proprio tempo.

Mario Rigutti ([email protected])