di Ivan Spelti

Era il 31 dicembre 2019 quando la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan (Cina) segnalava all’Organizzazione Mondiale della Sanità un cluster di casi di polmonite a eziologia ignota nella città di Wuhan. La maggior parte dei casi aveva un legame epidemiologico con il mercato di Huanan, un mercato all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi.

Il 9 gennaio 2020 veniva riferita l’identificazione di un nuovo coronavirus, chiamato poi Covid-19, come agente causale ed è stata resa pubblica la sua sequenza genomica.

I coronavirus sono una vasta famiglia di virus che causano infezioni nell’uomo e in una varietà di animali, tra cui uccelli e mammiferi.

Quando i coronavirus animali si evolvono, possono infettare le persone e poi diffondersi da persona a persona, facendo il cosìddetto “salto di specie” e causando focolai di malattia, come è accaduto in passato per la Sindrome Respiratoria Mediorientale (MERS-CoV) e la Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS).

Il virus, di probabile di origine animale e fauna selvatica, può essere infettivo per l’uomo.

Lasciamo stare il discorso sul ritardo sia delle comunicazioni che delle azioni intraprese, sicuramente colpevoli in buona parte delle situazioni successive.

Cronaca, provvedimenti per il contenimento del contagio, bollettini, decreti delle autorità la fanno da padroni sulla scena mediatica, determinando anche un certo caos informativo.

Ma che cosa possiamo dire dal punto di vista scientifico su ciò che sta accadendo? La letalità è stimata che possa ridursi fino a rientrare in un range compreso tra 0,1% – 0,3%. La maggior parte delle complicanze si manifesta in persone anziane, con patologie pregresse o forme di deficit immunitario. Quindi è più o meno di un’influenza? Il problema qui sta nella domanda stessa, troppo generica per poter ammettere una risposta semplice e univoca, almeno dal punto di vista scientifico. E che crea appunto e soprattutto confusione.

Che il numero di casi di influenza in Italia e nel mondo sia enormemente superiore a quello registrato per il coronavirus è un’ovvietà, e di conseguenza lo è pure che il numero di decessi sia superiore. La letalità dell’influenza solitamente si attesta al di sotto dell’uno per mille, dunque inferiore a quella di Covid-19 anche secondo le stime più ottimiste.

Non abbiamo a disposizione né una cura né un vaccino e dunque non si può immaginare di adottare strategie di prevenzione sanitaria analoghe a quelle ogni anno proposte per il contenimento influenzale, a partire dalle campagne di vaccinazione per anziani e soggetti esposti al contagio. In una visione generale il più o meno non riguarda solo le questioni strettamente cliniche e sanitarie, ma anche quelle economiche e sociali, e in questo senso la reazione del nostro sistema Paese e delle nostre istituzioni davanti a Covid-19 è certamente superiore a quella dell’influenza stagionale.

Ma abbiamo toccato con mano quanto si rischi di diffondere informazioni confondenti o che addirittura alimentano tensioni sociali.

Secondo i modelli matematici proposti le misure restrittive hanno abbassato la probabilità di contagio del 45 per cento. I ricoveri evitati sarebbero 200.000. I casi confermati avrebbero altrimenti raggiunto i 600.000.

Virus e verità graduali

La pandemia ci ricorda perché gli scienziati e gli esperti non possono rispondere a tutte le domande. Ci aspettiamo che la ricerca scientifica dia delle risposte univoche, rapide e precise a queste domande. Avere risposte nette, non vedere divisioni tra i ricercatori, spesso su dettagli tecnici. Non è stato così, non è così che funziona. Il punto sta nell’essenza stessa della ricerca scientifica: solo i dati raccolti ed analizzati con un metodo rigoroso possono fornire risposte, e solo la replicazione multipla di un risultat o da parte di più gruppi indipendenti fornisce un minimo di garanzia che non si stiamo andando a farfalle. Nella attuale emergenza, siamo nella fase di raccolta di un numero elevatissimo di osservazioni e dati su una nuova minaccia, ma prima che si possa rispondere alle domande elencate e ad altre bisogna che si faccia pulizia di tutto ciò che ci può fuorviare, delle osservazioni condotte in presenza di troppi distrattori, di quelle ottenute su campioni troppo piccoli e di quelle influenzate da fretta e metodi sbagliati. Un problema di metodo e di serietà scientifica. Così funziona la scienza.

Senza inventare ipotesi o teorie da dare in pasto al pubblico, idee, risultati parziali e discutibili, prima di avere l’evidenza necessaria per supportarle.

E’ stata evidenziata una proposta scientifica in 5 punti per far ripartire l’Italia in sicurezza con strategie sanitarie a medio-lungo termine, che devono essere messi in atto per limitare i danni.

Dal punto di vista scientifico, ci sono almeno tre fattori chiave che possono contribuire allo scenario che prevede una prossima fine per la fase “acuta” dell’epidemia.

Il primo fattore è l’isolamento individuale e il distanziamento sociale, oltre alle misure di igiene.

Il secondo fattore, tutto da valutare, è lo stabilirsi di immunità naturale verso COVID-19 in una parte importante della popolazione.

Il terzo fattore è la stagionalità, che sappiamo valere per gli altri virus respiratori.

1) Campionare in modo statisticamente rilevante la popolazione nelle varie aree del Paese, per valutare lo stato dell’infezione attiva, tramite tamponi diagnostici (che ricercano il virus nella saliva). Monitorare a intervalli regolari il possibile ritorno del virus per poter “giocare di anticipo” e prevedere un piano d’azione. Capacità e risorse per poter eseguire un altissimo numero di test, almeno nell’ordine di molte decine di migliaia alla settimana.

2) struttura di sorveglianza centrale potenziata presso l’ISS, responsabile sia dell’analisi dei dati in tempo “quasi-reale”, che della loro presentazione da parte del Ministero della Salute.

3) rafforzamento della capacità regionale di sorveglianza epidemiologica, coordinata però all’intero Paese.

4) Mandato legale (come i DPCM) di proporre in modo tempestivo e possibilmente vincolante provvedimenti flessibili in risposta a segnali di ritorno del virus, tra cui forme di isolamento sociale (sospensione di attività, eventi sportivi, scuole, ecc…), gestione di infetti e contatti, potenziamento di specifiche strutture sanitarie. Del resto, è provato che la diffusione viaggi parallelamente con lo spostamento delle persone e che quindi la quarantena sia una misura molto efficace nel contenere l’epidemia.

5) Condivisione della strategia comunicativa. Tutte le evidenze scientifiche ci dicono che nessuna misura adottata avrebbe fermato il virus che era già tra noi prima che potessimo fare qualcosa. Critiche troppo aspre e polemiche a posteriori non aiutano, anzi distolgono l’attenzione sulle comunicazioni più importanti da effettuare. Se aggiungiamo il protagonismo di molti e la ricerca di visibilità di scienziati, politici, media, il quadro non è entusiasmante e dovrà cambiare.

Vari virologi hanno sostenuto che, dopo l’iniziale sindrome simil-influenzale causata da Covid-19, l’incremento del numero di positività è dovuto al fatto che adesso si sono iniziati a cercare coloro che un mese fa avevano sintomi respiratori e la diagnosi era di influenza. Seguire ora il decalogo dell’OMS è la cosa migliore da fare.

Le terapie possibili

Non solo si cercano farmaci antivirali efficaci e si studia come sviluppare un vaccino, ma, mentre si mettono in atto tutte le misure per il contenimento del contagio, alcuni scienziati ne studiano l’origine e la diffusione: ecco il punto della ricerca scientifica su Covid 19.

Quali sono le molecole più promettenti nella cura del nuovo coronavirus?

Attualmente sono più di 80 i trial clinici in atto per lo studio di possibili antivirali contro il nuovo coronavirus. Esiste il problema della standardizzazione dei protocolli di ricerca. Per far sì che i risultati siano immediatamente e contemporaneamente riproducibili e verificabili da centri di ricerca indipendenti tra loro è necessario che tutti rispettino fedelmente le regole legate a come trattare i gruppi di controllo, la randomizzazione e ovviamente la misura precisa e finale dei risultati clinici.

La lista delle molecole possibili candidate come farmaci efficaci è molto lunga, tra queste il Remdesivir e la Clorochina sono due composti che sembrano promettenti perché hanno dato una buona risposta in vitro.

Il primo è un antivirale di recente introduzione. Attualmente non ancora approvato dall’organo di controllo mondiale del farmaco. La Clorochina invece è un’antimalarico dimostratosi efficace in vitro e su modelli animali contro numerosi virus tra cui il coronavirus della SARS.

Un’altra possibile terapia, già peraltro utilizzata su pazienti cinesi ricoverati all’Istituto Spallanzani, è basata sulla somministrazione combinata di Lopinavir/Ritonavir due antivirali comunemente utilizzati per curare l’infezione da HIV e che ha mostrato un’attività antivirale anche sui coronavirus. Altre due molecole che sono in fase di test sono l’Oseltamivir e l’Arbidol. Il primo è un antivirale già in uso contro l’influenza e in parole semplici non permette al virus di agganciarsi alla superficie cellulare. Il secondo, non approvato dalla FDA, è usato come antivirale in Russia e in Cina.

Moltissimi scienziati nel mondo sono al lavoro per trovare farmaci antivirali efficaci contro il nuovo coronavirus, ma anche per studiarne l’origine e la diffusione. La ricerca scientifica su Covid 19 è attivissima.

Si può prevedere come il contagio si diffonderà? Per fare ciò abbiamo a disposizione dei modelli matematici che purtroppo, per quanto possano essere accurati, lasciano margini d’errore, interpretazione, conclusione. Perché? In sistemi così complessi da trattare, una piccola variazione dei dati di input, dovuta anche a errori nella definizione dei nuovi casi, può portare a enormi variazioni nei risultati finali, tipico dei sistemi complessi. Fioriscono grafici e valutazioni statistiche di ogni tipo.

Al di là di ogni altra considerazione, è certo che la nostra vita cambierà in tutto e il panico rallenterà molto lentamente.