di Isabella Trovato

Protagonisti durante i primi due mesi di emergenza Coronavirus sono stati i sindaci di tutti i comuni reggiani. Ciascuno di loro si è speso per la propria comunità come ha potuto, per tutti le priorità sono state il rispetto delle regole imposte per arginare i contagi, il monitoraggio degli stessi, l’assistenza alle nuove fragilità e quelle già in essere e non è mancato, da parte dei sindaci, il supporto anche emotivo e psicologico ai propri concittadini. Tra questi c’è Luca Vecchi, che da oltre due mesi si ritaglia uno spazio per aggiornare i reggiani. Non senza aver vissuto momenti particolarmente difficili durante questa drammatica esperienza che nessuno di noi prima del coronavirus poteva dire di avere vissuto. 

Sindaco, come ha risposto la città a questa onda anomala che l’ha travolta ?

Complessivamente devo dire che Reggio ha dimostrato ancora una volta, davanti all’emergenza Coronavirus, di essere una comunità seria e responsabile. Certo, non sono mancati a tratti alcuni furbetti o persone che hanno mancato di rispetto alla propria intelligenza mettendo a repentaglio la salute altrui, ma in generale siamo stati molto bravi nel rispettare il lockdown, nell’indossare le mascherine e tenere il distanziamento sociale, nel non farci travolgere da un’ondata che nessuno, mai, prima di oggi aveva vissuto. Lo dico in apertura perché ci tengo: attenzione perché non è finita. La Fase 2 ci richiederà ancora più senso di responsabilità della Fase 1.

La vera sfida, la prova del nove è da adesso in poi. Durante il lockdown si era obbligati, da un certo punto di vista, ad avere un certo tipo di atteggiamento. Ma, man mano che si riaprono finalmente le attività, dobbiamo essere tutti consapevoli che se non applichiamo con rigore le regole si rischia il rimbalzo del virus. Le regole base sono semplici d’altronde: portare sempre la mascherina – questo è il mio consiglio – tenere il distanziamento fisico, lavarsi spesso le mani.

Un giorno lei ha deciso di iniziare un puntuale appuntamento in diretta Facebook con la città, poi rimbalzato anche sull’emittente Teletricolore. Quando è scattata in lei la necessità di questa diretta con i cittadini?

L’8 marzo, sembra passato un secolo ma sono solo due mesi e qualche giorno, il Presidente del Consiglio Conte è comparso in tv per annunciare il lockdown. C’era grandissima confusione, a tutti i livelli, c’erano i cittadini che non sapevano come comportarsi, moltissimi erano atterriti dalle notizie che circolavano. Ho inaugurato la diretta Facebook delle 19, poi ripresa da molte televisioni e siti, con alcuni obiettivi semplici, ma chiari: essere diretto, dire sempre la verità ai reggiani, anche quando questa poteva non piacere. Dare informazioni utili, chiarire dubbi interpretativi, aggiornarli sulle norme che via via uscivano. Provare a incoraggiarli, portarli a credere nell’idea che se ognuno di noi avesse fatto la propria parte ne saremmo usciti, assieme. Ho sempre cercato di trasmettere una serie di informazioni con tono calmo, pacato, senza soffiare sulle paure, senza alimentare quel clima di terrorismo psicologico che in alcune fasi della pandemia ha generato panico in tantissimi.

Già le notizie erano dure, che bisogno c’era di spaventare ulteriormente la gente? Infine smentire le tante e troppe fake news che circolavano sul web: una caterva di baggianate, falsità, allarmi infondati messi in circolo da persone inqualificabili che hanno lucrato sui timori delle persone.

Tante realtà, associazioni, ma anche singoli cittadini si sono distinti per comportamenti particolarmente virtuosi, per la resilienza e la capacità di resistere nonostante il momento avverso, o anche per lo spirito di solidarietà dimostrato. C’è qualcuno che più di altri l’ha colpita in questa emergenza?  O situazioni che invece hanno deluso le aspettative?

Voglio concentrarmi sul bello, e ce n’è tanto, che Reggio ha messo in mostra. Una gara di solidarietà senza paragoni verso tutta la sanità reggiana. Donazioni economiche, ma non soltanto. Persone che hanno donato ciò che avevano – generi alimentari, il proprio tempo, foss’anche una telefonata a un anziano che in quel momento era solo. Non posso proprio non rilevare che tutti gli operatori del settore socio-sanitario hanno lavorato in prima linea a rischio della loro stessa salute con turni massacranti, sacrificando gli affetti, la famiglia, in alcuni casi ammalandosi e purtroppo in alcuni casi anche morendo. Quando abbiamo cercato volontari che portassero a casa la spesa e i medicinali a chi non era autosufficiente, se ne sono presentati 500 in pochi giorni. Quando la scuola si è bloccata i docenti e i maestri si sono riorganizzati rapidissimamente con le lezioni on line per stare vicini ai propri ragazzi. C’è stato un fiorire di iniziative come la spesa sospesa (generi alimentari lasciati in appositi luoghi per chi non aveva da mangiare), il sostegno di quartiere e di vicinato. Non possono non ricordarlo: i primi 10 euro che sono stati donati al Fondo di Mutuo Soccorso del Comune di Reggio Emilia mi sono arrivati da un bambino, che me li mandava in una busta incitando i reggiani a tenere duro e rinunciando alla propria “paghetta”. Qualcuno potrà anche definirla una pagina “da Libro Cuore”, ma chi conosce l’anima profonda dei reggiani sa che di storie così ce ne sono state migliaia, in questi mesi.

Tornando indietro rifarebbe tutto quello che ha fatto? Crede che nella gestione di questa emergenza siano stati fatti errori o che si potesse fare qualcosa di diverso?

Partiamo dai numeri, così ci rendiamo conto. Il direttore dell’Ausl Fausto Nicolini, che non smetterò mai di ringraziare così come il commissario ad acta Sergio Venturi e tutto il personale medico sanitario – incluso il sistema dei medici di base, tutte le pubbliche assistenze, i farmacisti e coloro i quali hanno affrontato in prima linea questa pandemia – ha dato recentemente un quadro ancorché parziale di cosa è accaduto. Sono stati fatti 15mila tamponi, di cui 4.815 positivi; 3.600 accessi al Pronto soccorso; 2.038 ricoveri ospedalieri, in gran parte per polmonite interstiziale; 1.430 dimessi; 387 decessi ospedalieri; oltre 7.500 Tac al torace. Nella fase del picco a fine marzo si viaggiava a 50-60 polmoniti al giorno. Il 26 marzo ci sono stati 610 ricoverati in un giorno. Questi sono i numeri di uno tsunami vero e proprio. Un sindaco davanti a questa realtà prova a supportare con tutti i mezzi che ha il proprio sistema sanitario, si interfaccia con i professionisti del settore, tiene i rapporti con la Regione e poi, sì, anche, parla alla cittadinanza perché senza un rispetto responsabile delle regole del lockdown avremmo rischiato grosso, grossissimo, come collettività. La perfezione non è di questo mondo, ovviamente, ma qui non si sono mai visti pazienti abbandonati a terra nei Pronti Soccorsi, e nemmeno parcheggiati su piazzole d’asfalto davanti all’ingresso degli ospedali. E guardi che questo a fronte del Covid è accaduto veramente, ahinoi, e non nel Terzo Mondo ma nel ricco ed evoluto Occidente. 

La criticità maggiore che ha dovuto affrontare?

Il dolore per la morte di tanti nostri concittadini, moltissime persone conosciute, altre di cui non sapevo ma di cui i parenti, i familiari, mi raccontavano le storie. Persone che ci hanno lasciato senza poter stringere la mano dei loro cari, senza un vero funerale. Verrà un momento, spero molto presto, in cui Reggio potrà onorare degnamente questi suoi cittadini che non ci sono più.

Nel doversi rapportare quotidianamente ai cittadini, in alcuni momenti per trasmettere il pericolo gravissimo e l’urgenza di rispettare le misure restrittive e in altri per arginare il panico e trasferire alla città l’idea che una via d’uscita sarebbe arrivata, quali difficoltà ha incontrato?

Ha chiesto aiuto a qualcuno per avere consigli su come porsi ai cittadini?

Quali difficoltà ho incontrato? Guardi, in tutta sincerità, mai avrei pensato di dover affrontare da sindaco una cosa del genere, qualcuno l’ha definita la prova più difficile della città dal Dopo Guerra in poi.  L’ho affrontata con passione e spirito di servizio, perché penso che questo sia il senso del mio lavoro. Non nego che è stata dura, un sindaco non è un eroe, è una persona normale come tanti. Esco provato da questa vicenda, anche per me tutto non sarà più come prima. Da un lato sviluppi rapidamente esperienza, competenza, sicurezza decisionale anche grazie al supporto di tante competenze in ogni campo, non solo sanitario, che ci hanno aiutato, dall’altro però questa prova ha richiesto un di più di tenuta ad uno stress psicofisico non comune che non è umanamente irrilevante. Ma l’importante è come ne sta uscendo la città. Ho sempre detto ne usciremo insieme ripartiremo insieme. La città, la comunità reggiana esce da questa vicenda con un grado di maturità e civiltà ancora più forte.

Personalmente ci sono stati dei momenti in cui ha provato forte sconforto?

Non nego che nelle fasi del picco, in cui i numeri dei ricoveri in Pronto soccorso erano esponenziali, in cui il confronto con le autorità sanitarie era a tratti drammatico, i posti letto diminuivano sempre più, c’è stata da parte dell’intero sistema istituzionale reggiano – ma in particolare dal Comune di Reggio e dell’Ausl-Santa Maria Nuova – la percezione che fossimo davanti a una situazione che poteva portare a soluzioni drastiche. Pensavo a un ospedale da campo, com’è avvenuto a Piacenza, ma soprattutto pensavo che a Reggio non sarebbe mai dovuto accadere com’è dovuto accadere altrove, e le immagini di molti Paesi stranieri sono sotto gli occhi di tutti, laddove si è dovuto scegliere chi curare e chi no, applicare dei criteri per stabilire a chi dedicare i ventilatori e a chi invece staccarli, per oggettiva mancanza di macchinari. La sanità ha un senso solo se è universalistica, se può curare tutti, se non ci costringe a scelte disumane. Questo a Reggio Emilia siamo riusciti ad evitarlo, abbiamo curato tutti: i poveri come i ricchi, nello stesso identico modo. 

E’ alle porte una nuova emergenza, una nuova povertà. Il Comune incassa meno proprio ora che dovrà sostenere più famiglie. Come risolvere questa situazione?

Il comune in questo momento, come tutti i comuni italiani, ha un crollo di entrate e maggiori spese con un disavanzo di almeno 10 milioni di euro. Io mi auguro che il governo comprenda che non ci sarà una ripresa e una ricostruzione adeguata se non ci sarà sostegno al sistema dei comuni.

Noi abbiamo d’altra parte incontrato i sindacati, le associazioni economiche, la Fondazione Manodori, la Camera di Commercio, abbiamo incontrato tutti gli ambiti della città, sport cultura educazione volontariato ecc.

Con tutti ho detto una cosa: nessuno ha mai affrontato una cosa simile. Non ci si salva da soli. O ci salviamo tutti o non ne usciremo . Serve una rinnovata stagione di dialogo di ascolto di concertazione ma anche di virtù della mediazione. Sono sicuro con questo spirito terremo unita la comunità e daremo un futuro ancora più forte alla città .

Le istituzioni e le strutture sanitarie hanno un piano d’emergenza nel caso in cui la riapertura della fase 2 portasse una nuova ondata di contagi?

Il piano di emergenza, ma lo ha spiegato molto bene sia il Presidente della Regione Stefano Bonaccini, sia l’ormai ex Commissario ad acta Sergio Venturi, sia l’assessore alla Sanità Raffaele Donini, sarà mantenere nei prossimi mesi un’organizzazione ospedaliera che faccia i conti col fatto che il Covid potrebbe ripresentarsi in forma aggressiva, soprattutto in autunno.

E’ stata compiuta dalla sanità reggiana provinciale, parlo di tutta la provincia – Reggio, Guastalla, Scandiano, Montecchio, Castelnovo Monti e Correggio – una rivoluzione in pochi giorni che ci ha permesso di riorganizzare il sistema e di far fronte ai giorni peggiori.

Di smantellare tutto non se ne parla proprio: certo, c’è e ci sarà un lento e graduale ritorno alla normalità, all’erogazione di tutte le prestazioni sospese, ma non possiamo pensare di arrivare a ottobre e, Dio non voglia, di doverci rendere conto che il Coronavirus sta riprendendo quota, mentre qui si è archiviato quel modello di gestione dei presidi sanitari che ha dimostrato alla prova dei fatti di funzionare.