Le mascherine protettive che tutti indossiamo lasciano scoperta la parte più espressiva del viso, lo sguardo. A questo è dedicato il libro per immagini “Solo con gli occhi” che racconta, attraverso gli scatti fotografici dell’infermiere del Santa Maria Nuova Errico Tomaiuolo, la vita nei reparti Covid durante i mesi più impegnativi dell’emergenza epidemica.

“Solo con gli occhi”, pubblicato da Corsiero editore, ha dato il nome anche a un progetto benefico che ha aggregato oltre 300 sostenitori.

La presentazione si è svolta ieri al Santa Maria Nuova alla presenza del Direttore generale dell’Azienda USL IRCCS di Reggio Emilia Cristina Marchesi, di Errico Tomaiuolo, infermiere di sala operatoria e autore degli scatti, di Andrea Casoli in rappresentanza della casa editrice Corsiero. Hanno partecipato, inoltre, Deanna Ferretti, presidente di Curare Onlus (l’associazione a sostegno del progetto MIRE Maternità Infanzia Reggio Emilia), che è tra i sostenitori del progetto, e di Marco Prandini in rappresentanza di EmilBanca che ha contribuito al progetto in qualità sponsor.

Il successo dell’iniziativa ha reso possibile raccogliere fondi per un importo pari a 12.000 euro, ricavati dalla vendita del libro, che saranno dedicati all’integrazione delle dotazioni del Pronto Soccorso reggiano e l’omaggio di 3.600 copie della pubblicazione ai dipendenti dell’azienda sanitaria “È un ringraziamento da parte della comunità a tutti i professionisti che si sono impegnati in prima persona durante il periodo della pandemia” ha spiegato Casoli.

Riportiamo la bella intervista di Giulia Misti all’autore Errico Tomaiulo, pubblicata sul numero di Maggio 2020 di STAMPA REGGIANA

Dopo questi due mesi di emergenza sanitaria, innanzitutto, come stai Errico?

“Mi sento bene, grazie. È stato un periodo molto duro, adesso però stiamo vedendo la luce. Speriamo continui così, perché è sempre vivo il timore di un nuovo picco della malattia, soprattutto ora con le riaperture.”

Quando e come nasce la tua passione per la fotografia?

“È nata in sala operatoria cinque anni fa, leggendo sul volto dei pazienti che entravano paura e incertezza. Ho cercato, allora, attraverso l’arte di mostrare il nostro lavoro sotto un’ottica diversa: inizialmente con quadri, trasmettendo ciò che sono i ferri chirurgici, all’apparenza strumenti di tortura medievale, ma in realtà strumenti di rinascita e di salvezza. Poi con le fotografie, discostandomi dagli scatti che circolavano, di campi operatori, di ferite chirurgiche. Ho inteso cogliere il lato bello, ossia i volti dei colleghi e i gesti compiuti in sala operatoria, senza mai riprendere il paziente. La mia prima fotografia ha vinto un premio in occasione dei festeggiamenti per i 50 anni del Santa Maria Nuova. È lì esposta e ritrae uno strumentista con le braccia giunte e lo sguardo rivolto alla luce della scialitica (la lampada della sala operatoria ndr).”

C’è stato un momento preciso, una determinata sensazione, che ti ha spinto a documentare questo tempo?

“Non siamo entrati improvvisamente nella massima emergenza Covid. Ho visto il mio ospedale in una mutazione lenta e continua. La chiusura ai parenti. I nostri sacrifici. Il nostro incessante lavoro. Tutto questo doveva essere documentato affinché rimanesse nella storia, anche dell’ospedale. A differenza di altre immagini, a parer mio, un po’ pesanti o troppo in posa, ho cercato di afferrare il bello. Ho fotografato, invitando i miei colleghi a considerarmi invisibile. Soprattutto di notte, terminato il turno del pomeriggio, rimanevo e continuavo a scattare.”

Trasmettere bellezza è il dettame del tuo “obiettivo”, dunque.

“Sì, non mi piace vedere negatività, bruttezza. Voglio percepire il bello, trasmettere positività e armonia. Da una parte, vorrei dire ai cittadini che ci sono persone che si stanno davvero impegnando per la loro salute e dall’altra raffigurare i colleghi in modo differente, più bello…alcuni di essi addirittura non si riconoscono nelle mie foto.”

Hai lavorato anche nei reparti Covid?

“Ho sempre lavorato in sala operatoria, ma abbiamo eseguito numerosi interventi su pazienti Covid, con tutte le precauzioni e le modalità del caso, dalla vestizione alla preparazione dello strumentale. Inoltre, quando arrivava un paziente dal pronto soccorso, nonostante non sapessimo fosse Covid, dovevamo, ovviamente, trattarlo come tale. Anche in sala operatoria, quindi, c’è stato tanto lavoro e tanto stress.”

Cosa provi a riguardare le tue fotografie?

“Nel momento dello scatto sono tranquillo, sono in armonia, soprattutto in quest’ultimo periodo. Scaricandole sul Pc e riguardandole, vengo però assalito dalla malinconia e dalla tristezza al pensiero di come sia cambiata la vita di coloro, anche giovani, che si ritrovano in rianimazione, che sono ricoverati da mesi senza poter vedere i propri familiari. Anche a loro va il mio pensiero. Ecco, questa per me è una tragedia.”

C’è un’immagine alla quale sei particolarmente legato?

“Sono tutte mie creature, mi piacciono tutte. Anche selezionarle è molto difficile. Ne conosco ogni storia e a guardarle rivivo tutto, associandovi parole, frasi, una determinata cosa accaduta in quel frangente.”

Come mai la scelta del bianco e nero?

“La sala operatoria è ricca di colori e un occhio ne viene distratto, mentre voglio che si concentri su quanto accade, sul gesto, su ciò che stiamo vivendo. Ho preferito, quindi, togliere colore per dare più luce e visibilità all’azione.”

Gli occhi si dice siano lo specchio dell’anima. Cos’hai visto negli occhi di coloro che hai fotografato?

“In quelli dei miei colleghi ho visto paura – tuttora presente – ma al contempo la consapevolezza che non ci fossero alternative. Dunque, ho visto forza e coraggio. Come anche negli occhi dei pazienti, occhi tenaci e combattivi anche in chi nel ‘post Covid’, nel percorso di riabilitazione fremeva di tornare alla normalità, anche se sarebbe occorso molto, ma molto tempo. Il momento di debolezza, di cedimento, comunque, sopraggiunge: ci si domanda il perché di una sedia a rotelle. Il nostro lavoro, allora, è anche quello di infondere forza e coraggio, divenendo così noi gli amici, i parenti, i confidenti. Quando è possibile trascorrere un po’ di tempo insieme, i pazienti non si fermerebbero mai di parlare…”

“Solo con gli occhi” è il titolo del tuo libro. Perché con gli occhi…

“Avviene tutto. Deriva sempre dal mio progetto iniziale. Dal fatto che in sala operatoria indossiamo sempre cuffietta e mascherina, e gli occhi rappresentano il primo approccio con il paziente e il mezzo con cui comunichiamo. L’espressività degli occhi è una cosa fantastica. Mi piace ritrarre le persone e gli occhi sono la parte più esposta”.

La casa editrice Corsiero è stata conquistata dalla tua arte. Un bel riconoscimento.

“Questa mia passione non mirava alla creazione di un libro, intendevo documentare, portare una testimonianza di questa emergenza sanitaria. Un domani, quando tutto sarà finito, cercherò, infatti, di realizzare una mostra. Sono molto riconoscente verso Andrea Casoli che mi ha contattato proponendomi questo importante progetto, la realizzazione del volume nonché la campagna di beneficienza. Sinceramente non mi aspettavo tutto questo successo. Sono ancora incredulo!

E, invece, delle tue fotografie si è innamorata anche la rivista Vanity Fair.

“Gli scatti che raccontano il parto cesareo Covid – un’esperienza molto emozionante –  sono piaciuti al direttore di Vanity Fair che ha dato notizia del lieto evento sulla versione digitale, pubblicando le foto anche su Instagram, e sulla versione cartacea. È stato un enorme piacere soprattutto perché, così, si valorizza e si rafforza la nostra figura, spesso nell’ombra, sottolineando l’importanza della nostra professione.”

Come hanno reagito dinnanzi al tuo obiettivo i soggetti da te scelti?

“All’inizio non conoscendomi e non conoscendo il risultato delle mie fotografie qualcuno nicchiava, declinava, ma poi, guardando l’esito non ho più incontrato resistenze. Comunque, fotografo e pubblico soltanto chi mi dà l’autorizzazione, chi mi rilascia il consenso. La privacy è fondamentale. Soprattutto in questo periodo molto delicato.”

Non c’è nessuna didascalia, non c’è testo nel tuo libro, parla l’eloquenza delle immagini. C’è qualcosa che vorresti dire a chi le guarderà?

“Voglio soltanto dire che è stato immortalato un momento storico, un momento che per ora è stato negativo, ma del quale con i nostri sforzi siamo, comunque, riusciti a contenere i danni. Questo soprattutto. Fare capire alle generazioni future attraverso queste immagini cosa abbiamo passato, nella speranza che non si ripeta”.