Il nostro appennino è un posto meraviglioso. Forse poco conosciuto e apprezzato da turisti stranieri, ma non da noi reggiani. Trekking, passeggiate, scalate e, perché no, mangiate davvero gustose ci aspettano soprattutto nelle stagioni più belle: dalla primavera all’autunno. Uno sport che in questa bella zona della nostra Italia tanto si pratica è sicuramente la bicicletta, mountain bike o da corsa.

Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età. Noi siamo in due, marito e moglie, non più super giovani ma ancora in grado, grazia al cielo, di affrontare i saliscendi e i boschi del reggiano.Anche se in giro si vedono coppie o singoli o intere squadre di arzilli sessanta e settantenni…e raramente con pedalata assistita!

Premettiamo che non siamo super allenati, quindi i percorsi che facciamo possono essere adatti per un target medio, anche se un po’ di fiato e gamba sono sempre necessari. Le bici con pedalata assistita sono poi una risorsa abbastanza recente che permette a chiunque di affrontare quasi qualsiasi percorso e che quindi toglie ogni scusa…

Mountain bike e bici da corsa sono due sport diversi, sia per difficoltà fisica che tecnica.

Andare col rampichino, come lo chiamiamo in Italia, soprattutto nel nostro medio appennino, significa tanti saliscendi (o “magia e bevi”, come dicono i ciclisti) con ripide salite, molto faticose…il cuore va su in fretta e bisogna tenerlo sotto controllo (una visita cardiologica, almeno con cadenza annuale, è sempre necessaria quando si pratica un’attività sportiva!).

Per questa disciplina ci vogliono in generale molta attenzione e una vista buona, per rimettere a fuoco dopo ogni cambio di pendenza o quando il sole sparisce e ricompare tra le foglie degli alberi. L’aria secca e il vento possono rendere il terreno piuttosto ostico e, dopo un temporale, le rocce sono bagnate e scivolose. Ci vuole allora, almeno per le fanciulle, un po’ di coraggio a volte, ma unito sempre a sana prudenza… scendere dalla bici e spingerla a mano non è mai una sconfitta ma una cosa relativamente normale (e a volte salutare!) in questi casi. Nel periodo iniziale è necessaria un po’ di pratica col cambio, perché è importante trovarsi con la marcia giusta rispetto al terreno e al pendio che si affronta; se poi si vuole avere la scarpa agganciata al pedale è bene saper sganciarla in maniera rapida.

I nostri boschi sono generalmente ben tenuti, anche se può capitare di non trovare più una carraia da un anno all’altro, o riscoprirla magari invasa da rovi. Serve avere un po’ di fantasia allora, seguire i filari di alberi – chiaro segnale della presenza di un’antica carraia – o fare qualche tratto di campo; se dovesse capitare di attraversarne uno coltivato, mi raccomando, è meglio percorrerlo sul confine per non interferire con le colture.

Ad ogni modo le comunità locali stanno facendo di tutto per incentivare l’utilizzo dei nostri boschi, in bici o a piedi, e rendere più facile l’accesso ai sentieri: oltre alle App classiche dove gli utenti “postano” i propri percorsi preferiti, ne esiste una specifica reggiana (Sentieri dell’Appennino) nata in collaborazione con tanti comuni montani, che “segna” virtualmente i sentieri ed aiuta gli escursionisti a non perdersi e l’Unione Montana dei Comuni dell’Appenino Reggiano sta progettando altre iniziative dedicate ai bikers.

Un aspetto impagabile di questo sport è l’immersione nella natura: ci sono tratti in cui sembra di essere nella giungla, poi si aprono radure stupende, si guada un piccolo rivo e si sbuca in un borghetto nascosto o sotto un mulino ristrutturato; percorrendo un crinale ci si può trovare di fronte un antico castello ed è facile avere incontri ravvicinati con la fauna locale.

Alcuni dei percorsi più conosciuti sono la “Costa”, noto anche ai motociclisti (durissimo per noi), che parte da Puianello e arriva al monte Pentile, oppure i tracciati che seguono il Rio Maillo o il Rio Tassobbio e che sono caratterizzati da numerosi guadi, o, ancora, il Sentiero Spallanzani, che si stende tra il Fosola e San Vitale ed è meta anche di tante famiglie a passeggio. Molte guide per MTB si trovano sia in libreria che on line ed è sempre suggeribile verificare prima il percorso che si vuole fare per non avere brutte sorprese.

Il momento ideale è sempre il mattino, perché nel tardo pomeriggio estivo moscerini e zanzare possono essere molto fastidiosi!

La bici da corsa è, per certi versi, più facile, anche se le uscite durano mediamente di più perché le strade ovviamente addolciscono i cambi di pendenza più continui nei boschi.  E’ molto importante cercare, il prima possibile, di imboccare quelle secondarie, perché macchine, moto e camion vanno spesso spediti in montagna e non sono sempre amanti di chi pedala occupando la carreggiata.

Moltissimi sono i tratti abitualmente percorsi da ciclisti e c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Chi parte da Reggio, di solito, si divide tra chi approccia da est e chi da ovest: Cavazzone-San Giovanni di Querciola quindi, oppure Pecorile-Sordiglio.

Alcune salite in questi tratti sono davvero dure, ma il panorama è sempre talmente bello da rinvigorire gli animi dei più stanchi. Non mancano poi bar lungo la strada per fare una piccola sosta e riprendere fiato.

Noi l’abbiamo fatto diverse volte durante l’autunno o la primavera, arrivando fino a Casina, dove l’erbazzone del Bar Centrale ci ripaga di tanta fatica! Ci vogliono circa un paio d’ore a salire, poi il ritorno è quasi tutta discesa.

Quando siamo su, fissi per l’estate (abbiamo casa vicino a Felina), amiamo fare il giro della Pietra: un anello che resta tendenzialmente in piano e quindi poco impegnativo e che permette di vedere questo bel monumento naturale anche dalle angolature più sconosciute. Un paio d’ore distensive ma sempre di soddisfazione.

Un altro tragitto è il percorso che porta a Baiso: alcune salite si fanno sentire e vanno affrontate con calma, ma poi la soddisfazione di essere arrivati ripaga sempre, così come la bellezza dei paesini che si incontrano lungo la strada (Montefaraone è uno dei nostri preferiti…). La cura che i residenti hanno messo nel restaurare antiche abitazioni, riempire terrazze di fiori variopinti e coltivare giardini bellissimi e orti di notevole fattezza (vedi foto), lascia uno stupore e un senso di bellezza nel cuore che davvero danno sollievo dalle fatiche della giornata (o settimana) di lavoro e, ovviamente, della pedalata. Circa tre ore in tutto.

Alcune deviazioni di questo tragitto che abbiamo fatto sono quelle che, prima di arrivare a Baiso, puntano al Passo del Vo e poi verso Santa Caterina, Villaprara e, infine, la Gatta (si passa anche per un piccolo paese dal nome evocativo quando si fa molta fatica, Santa Maria Maddalena…): un giro, contando il ritorno, di tre ore e mezza. In alternativa, si sale fino in cima al Castello e si torna giù a Carpineti: il saliscendi però, è davvero impegnativo …

Anche andare a Marola per poi proseguire per Migliara, Leguigno, Ariolo e infine il crinale di Trinità permette di attraversare i più bei borghi di questo versante, sebbene il percorso sia segnato da salite e discese molto ripide, non sempre gustose e la strada non sia proprio asfaltata di fresco….

Per chi non fosse del tutto sicuro, una via di mezzo tra bicicletta da Corsa e Mountain Bike è la Gravel Bike, un ibrido che permette di passare agilmente dall’asfalto alla ghiaia ed è perfetta quando le strade non sono troppo curate.

A seconda del punto di partenza o del mezzo utilizzato insomma, qualsiasi meta in Appennino offre un’esperienza che non deluderà né gli amanti dello sport né quelli della natura e del patrimonio architettonico emiliano.