di Isabella Trovato

La giornata internazionale della lotta alla violenza sulle donne, lo scorso 25 novembre, non è bastata come data simbolo ad arginare il fenomeno nel nostro Paese. E proprio in quella giornata si sono consumati due femminicidi, uno a Pordenone e uno a Catanzaro.

Cosa spinge un uomo a una tale e brutale violenza? Per conoscere qual è l’incidenza del triste fenomeno della violenza sulle donne anche nella nostra provincia ci siamo rivolti all’Arma dei Carabinieri, scoprendo che tra i campanelli d’allarme per esempio ci sono le liti in famiglia ma scoprendo anche per esempio che, durante il lockdown è diminuito il numero degli atti persecutori legati proprio alla mobilità.

A sviscerare dati e contesti è il colonnello Cristiano Desideri, comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Reggio.

Cristiano Desideri, comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Reggio

Il fenomeno della violenza sulle donne non subisce battute d’arresto. Qual è la situazione nella nostra provincia? Si registra un aumento dei casi o una diminuzione degli stessi?

I reati che vedono quali vittime le donne purtroppo hanno una loro costante nazionale. La nostra provincia pur non producendo numeri particolarmente rilevanti e generalmente al di sotto della media è anch’essa interessata dal fenomeno e siamo al fianco delle vittime per garantire la loro protezione e assicurare alla giustizia i responsabili. Purtroppo i numeri ci dicono che le denunce sono in aumento. Questo può essere dovuto a vari fattori, tra i quali vi è anche quello dell’acquisita consapevolezza da parte delle vittime che il rivolgersi alle Istituzioni può realmente risolvere il problema. Un dato significativo è espresso dalle richieste d’intervento al 112 per le cosiddette “liti in famiglia”, dietro le quali si celano spesso ben più gravi situazioni che vanno oltre la lite del momento. Nel 2019 sono giunte 529 richieste d’intervento mentre nel 2020, ad oggi, siamo già a 550. Sul piano del contrasto, nel corso di quest’anno i Comandi della Provincia hanno eseguito 10 arresti in flagranza di reato per maltrattamenti e atti persecutori, 49 denunce in stato di libertà e notificato 11 divieti di avvicinamento disposti dall’Autorità Giudiziaria.

Esiste una definizione di vittima?

Da tempo l’Arma sta investendo in corsi di formazione e di aggiornamento del personale perché si eviti la c.d. “vittimizzazione secondaria”. La Comunità Europea nella decisione quadro 220/2001 ci ha dato una specifica definizione di vittima, essa è “la persona fisica che ha subito un pregiudizio, anche fisico o mentale, sofferenze psichiche, danni materiali causati direttamente da atti od omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale di uno Stato membro”.  Il processo diretto a provocare un danno fisico, mentale, emozionale o economico alla vittima tramite la commissione di un reato o l’esposizione a minacce è detto vittimizzazione primaria”.  La “vittimizzazione secondaria” può essere definita una condizione di ulteriore sofferenza e oltraggio sperimentata dalla vittima in relazione ad un atteggiamento di insufficiente attenzione, o di insensibilità, da parte delle agenzie di controllo formale (forze di polizia, dei sistemi sanitario, sociale e giudiziario) nella fase del loro intervento e si manifesta nelle ulteriori conseguenze psicologiche negative.

Le Forze di Polizia, per limitare i danni di una vittimizzazione secondaria, devono essere in grado di trattare le vittime in modo comprensivo, rassicurante; devono fornire informazioni sulle possibilità di ottenere assistenza psicologica, consulenza pratica e legale, risarcimento da parte dell’autore del reato e dallo Stato; nei casi previsti dalle leggi vigenti, informare, a richiesta della stessa vittima, sui risultati delle investigazioni concluse.

Chi subisce violenze o maltrattamenti in casa deve avere vissuto come un incubo il periodo del lockdown. Quali  evidenze avete in tal senso?

Il periodo di permanenza presso la propria abitazione e la conseguente “forzata” convivenza ha destabilizzato molte persone e compromesso le relazioni. Purtroppo questo periodo ha inciso negativamente soprattutto sui maltrattamenti in famiglia che sono più che raddoppiati; di contro si è registrata una diminuzione degli atti persecutori essendo questi influenzati dalla ristretta mobilità in periodo di lockdown. 

Durante il lockdown si è infatti spinto molto sul ricorso al numero ‘1522’ in aiuto alle vittime. Ci sono stati anche a Reggio Emilia casi giunti attraverso quel numero?

Il servizio svolto dal 1522 è indubbiamente utile e di valore nel contrastare questo tipo di reati e fornire le giuste indicazioni alle vittime, ma devo dire che per quanto ci riguarda le attivazioni sono giunte ai nostri Comandi tramite il numero di emergenza 112 o attraverso la presentazione delle vittime direttamente presso un Comando Arma.

Cosa può fare una donna che subisce violenza? A chi deve rivolgersi? E come può proteggersi?

Le donne vittime di violenza possono chiamare il numero di emergenza 112 e richiedere l’intervento dei Carabinieri in ogni momento, oppure rivolgersi ad uno dei presidi che l’Arma ha nella nostra provincia, dove ci sarà sempre un militare pronto ad ascoltare e procedere secondo la normativa vigente.

Nei casi più difficili dove c’è a rischio l’incolumità della vittima si è in grado, immediatamente, di allontanare dalla casa famiglia il responsabile delle violenze o sistemare la donna e i figli presso una “casa rifugio”. Le case rifugio sono strutture che forniscono, a titolo gratuito, alloggio sicuro alle donne che subiscono violenza e ai loro bambini, indipendentemente dal luogo di residenza, per proteggerli e salvaguardarne l’incolumità fisica e psichica. Le case rifugio garantiscono l’anonimato e la riservatezza, assicurando alle ospiti alloggio e beni primari per la vita quotidiana. Esse operano in maniera integrata con la rete dei servizi socio-sanitari e assistenziali territoriali, fornendo servizi di ascolto, assistenza psicologica e legale orientando al lavoro e all’autonomia abitativa. A queste strutture possono rivolgersi direttamente le vittime contattando il numero nazionale 1522 ovvero attraverso le forze di polizia.

Ci sono stati casi in cui donne in difficoltà hanno chiamato il centralino del 112 chiedendo una pizza e dall’altra parte il carabiniere ha chiesto subito l’indirizzo intuendo che fosse una richiesta di aiuto. Al nostro comando sono mai arrivate richieste di questo tipo?

Non proprio in questi termini ma ci siamo andati vicino. Mi ricordo di un caso in particolare avvenuto l’anno scorso in provincia, in cui la chiamata al 112 del figlio 12enne di una coppia ha consentito d’interrompere sei anni di violenze subite tra le mura domestiche da parte della madre, portando all’intervento dei carabinieri e all’arresto del marito violento. 

Cosa fa l’Arma dei carabinieri appena riceve notizia di un caso di violenza di genere?

La fase dell’interazione con la vittima da parte delle Forze di Polizia è un momento molto delicato. Si tratta di una procedura generale che deve necessariamente tener conto del contesto e della specificità di ogni singola vicenda. In questa fase bisogna saper instaurare un canale comunicativo che tenga conto delle difficoltà e delle paure della vittima al fine di acquisire tutte le notizie necessarie per avviare la procedura giudiziaria richiesta in caso di “codice rosso”. La normativa di riferimento in materia ha proprio assunto il nome di “Codice Rosso”. Entrata in vigore nell’estate del 2019 è solo l’ultima in ordine temporale di una serie di provvedimenti legislativi volti a far fronte e arginare il fenomeno. Tra i principali punti di forza vi è quello per il quale viene instaurato un canale preferenziale con l’Autorità Giudiziaria nella trattazione rapida dei singoli casi e assumere in via d’urgenza tutti i provvedimenti necessari a tutela della vittima, tra i quali quello di metterla in contatto con uno dei tanti centri antiviolenza presenti in provincia.

E’ proprio il primo intervento, che può avvenire o a seguito di richiesta al 112 ovvero all’atto della presentazione della vittima in caserma per sporgere denuncia, il momento più delicato per l’operatore di polizia, il quale deve essere in grado di saper interagire con la persona in difficoltà, metterla a suo agio, rassicurarla e cogliere tutti gli elementi utili ad una completa ricostruzione del fatto. L’audizione ha proprio il fine di far sentire la vittima al sicuro, di essere compresa. E’ il momento dell’instaurazione del rapporto di fiducia con le Istituzioni sulle quali poter riversare situazioni di angoscia e sofferenza sgravandosi da un fardello che a volte è stato sopportato per anni.

In questi momenti, l’individuazione dei cosiddetti fattori di rischio assume una rilevanza primaria al fine del corretto e completo inquadramento del fatto. L’Arma ha investito e continua ad investire attraverso la formazione continua e periodica del personale per far si che l’operatore agisca al meglio.

I fattori di rischio sono caratteristiche o processi che aumentano la possibilità che un evento si verifichi e sono ritenuti all’origine del problema della violenza. Possono far riferimento sia alla eventualità che un evento si possa verificare per la prima volta (“rischio primario”), oppure che un evento già verificatosi in passato si ripeta (“rischio secondario”).

Quelli con i quali ci siamo solitamente trovati a confrontarsi sono proprio questi ultimi, ovvero quelli che – a fronte di una violenza già agita – fanno ritenere più o meno probabile che in futuro l’autore ripeta gesti violenti o persecutori o che il suo comportamento assuma livelli di pericolosità sempre più elevati.

Altrettanto importante è l’individuazione dei fattori di vulnerabilità che aumentano la probabilità che una persona possa divenire vittima o che le condotte violente agite nei suoi confronti si ripetano. Alcuni dei fattori di vulnerabilità più frequenti per la vittima sono aver assistito o aver subito un abuso durante l’infanzia, essere portatore di handicap fisico o mentale, trovarsi in una condizione di abuso o dipendenza da alcool o altre sostanze stupefacenti, stato di gravidanza.

Per quanto riguarda la coppia i fattori sono il peggioramento della situazione economica della famiglia, cambio di stato della relazione o rottura imminente del rapporto, separazione o divorzio o isolamento sociale, residenza in zone rurali o isolate.

Per quanto riguarda il contesto l’appartenenza a gruppi sociali minoritari, accettazione culturale della violenza come via per la risoluzione dei conflitti, assenza di servizi di aiuto alle vittime o difficoltà di accesso agli stessi, appartenenza a gruppi etnici o religiosi che considerano la subordinazione delle donne agli uomini un elemento della propria ideologia.

Tali elementi permettono da un lato di orientare l’operatore ad un corretto approccio con la vittima e dall’altro consentono all’autorità giudiziaria di adottare la più idonea misura a tutela della stessa. 

C’è una sorta di identikit tipo dell’uomo violento?

Si esiste un identikit che ci identifica l’uomo violento, ma le caratteristiche sono relative al disagio psicologico e psichiatrico del soggetto.

Gli esperti hanno individuato la presenza di almeno una di queste caratteristiche negli autori di violenze sulle donne: nevrosi, psicosi, disturbi della personalità, disturbi della sessualità, disturbo del controllo degli impulsi e disturbi indotti da sostanze alcooliche o psicotrope. In sintesi le nevrosi sono sindromi che derivano da conflitti psicologici solitamente di origine traumatica (recente) e/o familiare (pregressa). I sintomi comuni sono ansia, paura, angoscia, bassa autostima, episodi depressivi, problematiche sessuali e del sonno, fobie, ossessioni, attacchi di panico ecc.. Il soggetto solitamente ha consapevolezza dei suoi disagi. La psicosi presenta invece sindromi gravi caratterizzate dalla compromissione parziale o totale dell’esame di realtà (deliri, allucinazioni, disturbi dell’umore e cognitivi). Questi soggetti utilizzano meccanismi di difesa primari quali la scissione, l’identificazione proiettiva, la negazione, l’idealizzazione, la svalutazione ed il diniego.

In questi casi si ha una grave alterazione dell’affettività, impulsività incontrollata, comportamento disorganizzato e/o bizzarro. Nei disturbi della personalità si presentano sindromi che comportano assenza di coerenza interna ed incapacità di distinguere il mondo interno da quello esterno. Vi è la presenza di un Io debole che dipende dalle emozioni e dagli impulsi che non riesce a controllare. Incostanza ed incoerenza negli affetti e nelle relazioni interpersonali. Sfiducia in sé e negli altri. Le relazioni sono o idealizzate o persecutorie.

L’emergenza covid con tutti i problemi che causa, di tipo sanitario ma anche economico e sociale, rischia di far esplodere i numeri dei casi di violenza?

Ritengo che il periodo di permanenza presso la propria abitazione e la conseguente “forzata” convivenza abbia destabilizzato molte persone e compromesso le relazioni ed inevitabilmente acuito i contrasti facendoli sfociare, come ci dicono i numeri, in un aumento dei maltrattamenti e delle violenze domestiche.

“Una stanza tutta per sé”

Il 25 novembre del 2019, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Gen. Giovanni Nistri e Mariolina Coppola, la Presidente del Soroptimist International d’Italia, l’associazione di donne impegnate nel sostegno all’avanzamento della condizione femminile nella società, hanno sottoscritto un formale protocollo finalizzato a disciplinare l’attività di collaborazione nell’ambito del progetto “Una stanza tutta per sé”. La collaborazione sta consentendo la predisposizione di stanze, presso le caserme dell’Arma ove lo spazio lo consenta, che per la scelta dell’arredamento e dei colori, possano essere dedicate all’accoglienza e all’ascolto delle donne vittime di violenza. Le stanze prevedono anche un angolo per l’accoglienza o lo svago dei bambini che accompagnano la mamma, che potrebbero essere stati oggetto di violenza diretta o assistita e sono dotate di un sistema audio-video per la verbalizzazione computerizzata che evita alla vittima più momenti di testimonianza e che può servire per la fase processuale successiva. Anche in questa provincia sono state al momento individuate due stanze, una presso la sede del Comando Provinciale Carabinieri di Corso Cairoli a Reggio Emilia e l’altra presso la sede del Comando Compagnia di Guastalla, che grazie alla collaborazione offerta dal Presidente del Soroptimist Club di Reggio Emilia, la D.ssa Chiara Davoli, saranno a breve arredate e rese funzionali a divenire “una stanza tutta per sé”.

Scaricabile in pdf il Rapporto sulla violenza di genere 2020