di Giulia Misti

Nel bagliore che segna il misterioso attimo del confine tra giorno e notte risiede la grammatica della metafisica, richiamando una realtà “altra”, superiore e cogente. Una realtà capace di tenere in consonanza l’intero mondo. È quell’attimo, raro, in cui all’occhio umano è visibile il raggio verde, fenomeno naturale dovuto alla rifrazione della luce nell’aria durante il calare o il sorgere del Sole.

“Nell’alba e nel tramonto, in un istante sfuggente, che cerco di riprodurre nei miei quadri, si può scorgere tale superiore realtà. Il famoso raggio verde appare in entrambi i momenti. Alba e tramonto riguardano la natura, ma, poiché l’uomo è natura, corrispondono nell’uomo al risveglio e al passaggio al sonno. Anche quelli sono attimi metafisici, perché corrispondono alla vita e alla morte. In quegli istanti il mondo di qua e il mondo di là si separano, quindi si svelano”.

È zia Carmela l’autore di quei quadri. Abile pittore, scaltro falsario, glaciale usuraio, cultore della musica, mente colta e raffinata, zia Carmela è il personaggio più carismatico di Tra le tue sgrinfie (Manni Editore), nuovo titolo dello scrittore e avvocato reggiano Giuseppe Benassi. Non è tornato, tuttavia, l’avvocato Leopoldo Borrani, protagonista seriale dei suoi romanzi, che qui interpreta un cameo introduttivo il dramma della vita borghese di un suo compagno di scuola. Vittima di un’interminabile sequela di disgrazie, l’ingegner Aurelio Mazza si trova, infatti, costretto ad infilarsi tra le sgrinfie di un ambiguo deus ex machina, d’ispirazione balza chiana, la cui discesa per la risoluzione della tragedia è sollecitata, in verità, dal principe del Foro livornese, troppo “legalitario” per esporsi e per trattare affari loschi, o forse “troppo vile?”. Certo è che l’inferno in cui Mazza scende, un mondo sordido e promiscuo, “dove ci si può nascondere tra la melma e la mota”, ha sempre esercitato una tacitata attrattiva su Borrani, che con il vecchio strozzino condivide alcuni tratti.

Affiancata nello svolgimento delle sue attività da due fidati sodali, Ciro, il cane diagnosta, e “una sua creatura”, il giovane indiano Safik, zia Carmela gioca con il genere, con il censo e con i modi: dalla lunga chioma canuca, ora è una vecchietta ingobbita, povera poi ricca, ora è il suo omologo maschile, uno spilungone segaligno simile ad un “artista déraciné” o ad “un rentier in vacanza”; ora si mostra affabile, cortese e comprensivo e ora feroce e crudele, provocando un deliberato spaesamento nella propria vittima incerta sul suo ruolo: “carnefice o salvatore?”.

“Non capiva se la corda che gli aveva lanciato lo avesse salvato o impiccato. Il male e il bene strettamente mescolati: qualcosa d’incredibile, di difficile da capire, da accettare. La morte e la salvezza, la vita e la tragedia concentrate in un unico momento. L’inesplicabile superamento di tutte le contraddizioni. Qualcosa che non aveva mai provato, e che non capiva se gli procurasse estasi o dispersione, perché esse coincidevano”.

Carnefice, salvatore e demiurgo che apre a nuovi orizzonti.

È un mondo, infatti, epifanico e maieutico, in cui l’arte, declinata nelle sue espressioni anche più mistiche, ha il potere di svelare la realtà “altra”. La musica, la grande Musica, sublime e mortale, guida il pennello di quel boa constrictor pronto a strozzare la preda, ma che dentro sé porta al contempo buio e luce, realizzando quadri materici che “suonano due musiche opposte. Una che va verso la vita, l’altra verso la morte”.

Tra le tue sgrinfie è un intrigante romanzo noir, dagli accenti anche grotteschi, in cui sono presenti temi cari all’autore: dalle realtà parallele all’amore per l’arte, per la pittura, per la musica, per la letteratura, dall’”essere animale” all’ironica misantropia rappresentata dalla passione di studiare e di scoprire “l’infinita avidità e imbecillità umana” come movente per l’avvocatura. E nondimeno l’attenzione è rivolta anche alle storture del Sistema giudiziario, alla corruzione del potere statale, alla sua connivenza con le organizzazioni criminali. Ma l’ultima fatica di Giuseppe Benassi è, soprattutto, un romanzo antitetico governato dalla tensione delle pulsioni di eros e thanatos, amore (come atto creativo) e morte. In esso tutto è dicotomico, è antitetico, è giorno e notte, gioia e dolore, bello e brutto, come le illustrazioni dei luoghi, in cui l’autore conferma una prosa ricca e scorrevole, che vanno dallo squallore della zona stazione di Pisa, dominata da un’affascinante “Dittatura del Brutto” e rappresentata con un’esemplare descrizione visiva, emotiva e sensoriale, alla bellezza della campagna toscana.

Nella crepa del confine tra giorno e notte, tra notte e giorno, tra l’essere e il non essere, l’antitesi svela, così, una fusione armonica delle specie che dialogano in un’unica anima.

Durante quel momento liminare color smeraldo è possibile, infatti, una rinascita.

È un’apertura in cui trovare la vita dentro la morte, in cui intravedere il paradiso sorgere dall’inferno. “Non è sempre facile scorgere l’alba dentro al tramonto” dice Franco Battiato, i cui carmina sono tra i preferiti di zia Carmela. Non facile, ma non impossibile.

È un bagliore, imprevedibile, un attimo in cui “riparte la gioia di vivere o la gioia di addormentarsi, di morire. Anche di morire, sì, perché quello è il desiderio supremo, anche se meno riconosciuto, il più difficile da capire e da accettare. Si riprova lo stupore di esistere, di essere al mondo, nel mondo, retto da dèi che in quei momenti si rivelano”.