di Riccardo Caselli

In quello che ormai sta diventando più di ogni altra cosa il “secolo dei social”, mi sembra di notare un cambio di paradigma.

Se prima il social media veniva usato per far crepare d’ invidia il vicino di casa ostentando la vita migliore possibile, mi sembra che da un po’ di tempo ci sia stata una svolta.
Sarà la moda dei guru motivazionali, sarà la radicatissima e atavica paura dell’essere umano, fin dal primate, di essere giudicato male dal “villaggio” ora divenuto globale, ma pare che dall’ostentazione di possesso siamo passati primariamente all’ostentazione di “statura morale”.

Ormai non solo Facebook, ma anche Linkedin sono impestati da un’insopportabile pandemia di quello che in inglese si chiama “virtue signalling”.
Il virtue signalling non è altro che segnalare agli altri la propria virtu’ morale facendo un pistolotto o fischiando fallo a coloro che si macchiano – in teoria – di condotte morali giudicate inferiori. Il tutto senza fare molto spesso nulla di pratico a supporto della causa per cui ci si batte, come donare soldi o fare volontariato.
Ci si lava le mani con un post, si fa vedere al mondo quanto ci si raccapriccia per la condotta ripugnante altrui, con un colpetto di gomito come a dire: “visto? Mi raccapriccio così tanto perchè ho standard morali altissimi”, e la si mette in ghiacciaia.
Tre punti in trasferta e si sale in classifica.

Peccato che a me questo atteggiamento puzzi sempre molto di “formazione reattiva”, ossia quel meccanismo psicologico secondo cui il soggetto assume atteggiamenti e comportamenti coscienti, che sono totalmente opposti al contenuto psichico che è stato inconsciamente rimosso. Per esempio il pauperista dichiarato che in realtà reprime nella psiche un assatanato di soldi e invidioso dei ricchi. Il moralista intransigente sui costumi sessuali che nell’inconscio sopprime il desiderio straripante di buttarsi in un bordello.
E via dicendo.

Siccome la propagazione di virtuosi che s’indignano a ogni piè sospinto degli ultimi anni non è stata corrisposta da un’impennata nelle donazioni ad associazioni benefiche, è lecito pensare che tutto questo “virtue signalling” sia in realtà formazione reattiva.

Inutile nascondere anche il fatto che la sinistra, dall’America democratica pro gay, pro neri, pro transgender, pro-Islam, pro-qualsiasi cosa purchè alla fine la maggioranza ossia i bianchi, peggio ancora se uomini e cristiani, siano chiamati ormai a chiedere scusa; fino alla sinistra nostrana che prima lapidava Berlusconi e ora Salvini come raison d’etre e programma politico, del virtue signalling hanno fatto un trait d’union della propria base elettorale.

Mi spiace constatarlo, ma anche fra gli amici, più sono spostati a sinistra più amano il pistolotto social. E così da anni ci buschiamo la caccia all’untore del razzista, per esempio. In America, dove sono molto più avanti (nel senso di stato più avanzato di decomposizione cerebrale) si aggirano come segugi che appena sniffano la mezza virgola sbagliata, ti appioppano del razzista. Come quando nel fare le squadre di ping pong a New York al campus scelsi un ragazzo cinese dicendo che “probabilmente sa giocare”. Razzista.

Loro segnano punti così. Ti danno l’etichetta del razzista, o del maschilista, dello xenofobo, magari fai pure il volontario per aiutare i più sfortunati del pianeta indipendentemente da sesso o colore della pelle, ma loro è così che portano a casa il punto. Si sentono persone migliori, a buon mercato e in tre minuti.

Oppure condividono un post come ha fatto il milionario calciatore Marchisio strappando la lacrima sul barcone di migranti, altro cavallo di battaglia.
Urlano i loro slogan: “siate umani”. “Restiamo umani”. Etichettano il cittadino che non gode certo a vedere morire in mare delle povere anime, ma che al tempo stesso chiede un minimo di politiche migratorie, quale disumano. Ma finita la cazziata social, non è che ospitino i migranti a casa e hanno la scusa pronta sul perchè non potevano fare di più.

Eppure San Francesco che si è spogliato di tutto ha dimostrato che di più si poteva sempre fare. Soprattutto senza social.

Poi se notate c’è sempre un totem moralmente ripugnante dall’altra parte a servire la causa. Il che è un po’ strano, se davvero ci fossero tutti questi slanci morali si tradurrebbero più in azione che in costante condanna no? E invece l’oggetto totemico su cui proiettare colpa, condanna, biasimo non manca mai: Salvini, Trump, Berlusconi. Può darsi benissimo che costoro siano moralmente molto peggiori di chi gli scaglia le pietre sui social, anche se nel caso di Berlusconi ho sempre avuto il dubbio che alla base dell’odio ci fosse in modo più spicciolo proprio la formazione reattiva: un’invidia da schiattare per uno che aveva una marea di soldi. E in secondo luogo pure una gran visibilità, un harem di donne, e una lunga serie di vittorie calcistiche.
Insomma esattamente quello che l’italiano medio vuole, solo che metà lo ammetteva a se stessa e lo votava (identificazione) e l’altra lo spingeva nell’inconscio e lo detestava (formazione reattiva), prima ancora di affiorare nella sfera del conscio e fare un reale bilancio politico.

Alla fine, per quanto mi riguarda, se devo scegliere tra il minore dei mali quando scorro i miei social, preferisco ancora i gattini e i selfie da mentecatti a tutto questo “virtue signalling”. Siete virtuosi? Tenetevelo per voi.Donate alla muta e lasciate perdere gli altri.

In fondo come disse un altro personaggio che negli ambienti di sinistra, un po’ anticlericali, è sempre andato poco di moda: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”