Francesco Lenzini, architetto, insegnante e ‘storyteller’ reggiano si racconta a Stampa Reggiana in un’intervista in cui illustra il suo percorso e anticipa alcuni progetti per il futuro.

Francesco, la tua carriera in ambito accademico, ti ha visto impegnato in progetti e pubblicazioni importanti e vincitore di premi, qual è stata la tua formazione?

Mi sono diplomato al Liceo Classico Ariosto di Reggio Emilia e successivamente mi sono laureato in Architettura a Venezia. Un’esperienza di vita oltre che di studio determinante: per me, veneziano da parte di padre, ha significato anche ritrovare un elemento fondativo della mia identità. Per lunghi anni ho avuto modo di immergermi completamente nella bellezza straordinaria di questa città.

Poi mi sono trasferito a Roma dove ho seguito un Master Internazionale di progettazione. Sotto la guida di Francesco Cellini e Mario Manieri Elia ho avuto modo di affinare ulteriormente le mie capacità e di svolgere le mie prime attività didattiche. Roma è stata e rimane un vertice qualitativo della mia esperienza formativa: affiancare questi maestri mi ha dato la possibilità di imparare moltissimo e confrontarmi personalmente con alcuni dei più importanti protagonisti dell’architettura contemporanea: da Peter Zumthor a Zaha Hadid.

Il mio percorso accademico è proseguito al Politecnico di Milano dove ho conseguito il mio Dottorato di Ricerca con borsa di studio e dove attualmente sono docente di Progettazione dello Spazio Aperto Urbano. In questo ambito disciplinare ho pubblicato i miei saggi più importanti come il volume Riti Urbani (Quodlibet 2017) e ho ottenuto alcuni traguardi prestigiosi come la menzione speciale nel Concorso Internazionale di Architettura Europan.


Francesco Lenzini con Edoardo Ponzi e Giorgio Genta

Poi qualcosa è cambiato, e ti sei rimesso in gioco con una nuova esperienza come narratore e divulgatore. Parlando di Francesco storyteller puoi raccontarci cosa significa e come sei arrivato a questa nuova vita?

Diciamo che, pur mantenendo attive le mie attività didattiche e professionali, ho sentito il bisogno di evadere verso una nuova dimensione, che mi consentisse una maggiore libertà espressiva. Ho scritto alcuni testi legati ad alcune mie grandi passioni come l’arte e la mitologia e ho deciso di metterli in scena attraverso un format che unisse il rigore dei contenuti a una narrazione informale a cui potessero accedere anche le persone “non addette ai lavori”.

Ho preso spunto da alcuni divulgatori di eccezionale spessore come ad esempio Alessandro Barbero, un vero maestro, ma anche dalle esperienze di mostri sacri del teatro sociale come Marco Paolini. Lo stesso Federico Buffa con le sue narrazioni legate agli eroi dello sport ha fornito alcuni spunti di ispirazione. Al di là dell’efficacia della formula narrativa ho poi realizzato che quello che veramente cattura il pubblico è la capacità di stabilire una profonda empatia con i tuoi personaggi, di sincronizzare in qualche modo la tua esperienza esistenziale con la loro per quanto distante.

Questi testi sono stati così anche un modo di raccontare me stesso, inserendo alcune esperienze personali vissute in prima persona, come frammenti nascosti, qua e là. Questo mettersi a nudo è molto importante per attualizzare le narrazioni e permettere al pubblico di immedesimarsi e partecipare in modo emotivamente forte allo spettacolo. La mia seconda vita è quella di un narratore inevitabilmente racchiusa tra logos, epos ed eros.

I musicisti Edoardo Ponzi e Giorgio Genta

Alla tua passione per l’arte unisci una grande capacità comunicativa. Chi sono gli artisti e musicisti con cui ti esibisci?

Credo che ciascuno di noi senta il bisogno di essere compreso nella sua intimità. Io ho trovato nella scrittura dei testi e nella narrazione una strada per portare in superficie la mia parte più autentica. Certamente sono stato aiutato da una certa predisposizione naturale alla teatralità. Certe qualità comunicative che mi vengono riconosciute mi hanno certamente permesso di affrontare questa avventura con un animo più sereno.

Quanto alle collaborazioni sono state fin dall’esordio un elemento qualitativamente molto importante: le ritengo fondamentali per la mia crescita personale non solo artistica. Ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada Edoardo Ponzi e Giorgio Genta che, oltre ad essere musicisti di grande talento e aver collaborato con artisti di grande prestigio come ad esempio Dario Fo o Amanda Sandrelli sono estremamente ricettivi e collaborativi nella costruzione degli spettacoli.

La sinestesia tra musica e testi è molto importante nell’equilibrio generale e il loro contributo in questo senso è davvero determinante: oltre a scegliere i pezzi e gli arrangiamenti, compongono spesso loro stessi i brani originali di accompagnamento.

Francesco Lenzini

Con il tempo il nostro rapporto è poi mutato in qualche cosa di più di una semplice collaborazione artistica e oggi li ritengo a tutti gli effetti i miei compagni di viaggio in questa avventura.

Ma ci sono anche altri orizzonti di collaborazione: posso dire ai lettori di Stampa Reggiana in anteprima che sto lavorando con lo storico e docente Carlo Baja Guarienti ad un testo da mettere in scena su un eminente figura del Rinascimento italiano. Carlo è uno studioso e un interlocutore davvero straordinario, da cui non si finisce mai di imparare.

Francesco Lenzini

Hai raccontato delle reazioni di chi ti stava intorno e che aveva conosciuto il Francesco di prima, l’architetto, il professore, ci racconti qualche aneddoto?

Devo dire che ho trovato l’appoggio unanime delle persone più importanti a partire dalla mia famiglia e da mia moglie Irene: sapevano quanto profondamente cullassi questo desiderio. A loro devo una linea di credito e di fiducia illimitate. Anche i miei amici hanno avuto un ruolo importante non facendomi mai mancare il loro sostegno: ai più fidati mando ancora dei pezzettini in anteprima in attesa di riscontri o faccio delle piccole anticipazioni per capire se i testi sono coinvolgenti.

Parenti e amici sono il mio primo pubblico, ma anche ai miei studenti del liceo faccio qualche piccola esibizione dissimulata nelle lezioni di Storia dell’Arte. Se riesco a catturare la loro attenzione capisco di essere sulla strada giusta: gli adolescenti sono sempre un pubblico molto esigente da soddisfare e proprio per questo vederli poi tra il pubblico a teatro mi riempie d’orgoglio.

Quanto il tuo lavoro di insegnante ti ha aiutato ad affrontare l’impegno di oggi?

Come accennavo la mia identità professionale rimane tuttora sfaccettata e questo aspetto mi consente di portare all’interno dei miei spettacoli la complessità di queste differenti esperienze.

Detto questo i miei precedenti accademici e didattici sono stati fondamentali per affinare gli strumenti necessari per affrontare questa nuova dimensione divulgativa. Da un lato mi ha fornito gli strumenti di ricerca per poter affrontare con il necessario rigore la scrittura dei testi: dall’attendibilità delle fonti alla sintesi dei contenuti. Dall’altro le molteplici esperienze didattiche mi hanno consentito di perfezionare le strategie narrative e maturare significative esperienze di comunicazione in pubblico anche in condizioni di grande tensione e responsabilità. Vi dirò di più: l’idea di mettere in scena i miei primi spettacoli mi è venuta dopo aver girato una serie di corti di Architettura per gli studenti stranieri del Politecnico all’interno del Corso del maestro e amico Gennaro Postiglione. L’esperienza di Stories (così si chiamava la serie dei corti) è stata molto importante non solo per il successo ottenuto ma perché ha ridestato in me la voglia di sperimentare nuove forme di divulgazione e di mettermi nuovamente in gioco su un palcoscenico dopo le esperienze ludiche giovanili.

A tale proposito mi piace ricordare in questa sede Joyo Visconti Spallanzani, prematuramente scomparsa, che ha dedicato tempo ed energie a noi bambini mostrandoci innanzitutto come il teatro potesse essere un luogo magico e sicuro dove cercare una parte importante di noi stessi.

Per me è stato effettivamente così e voglio tributarle questo merito insieme al ricordo più affettuoso.

Francesco Lenzini

Sei contento oggi di questa tua nuova ‘avventura’? Hai già raggiunto qualche traguardo che ti eri prefissato?

Siamo solo agli esordi di questa nuova avventura, ma sono molto felice di quanto fatto finora: degli spettacoli che ho scritto e portato in scena e naturalmente del successo che hanno riscosso presso il pubblico.

Vi confesserò che è andato oltre le mie stesse aspettative: quando ho fissato tre repliche per la prima dello spettacolo su Vincent van Gogh l’ho fatto sulla scorta del mio naturale ottimismo, ma a mente fredda mi sono detto: forse questa volta ho fatto il passo più lungo della gamba. Quando dal teatro mi hanno comunicato che erano esauriti i posti di tutte le repliche ho tirato un sospiro di sollievo.

Nulla è mai scontato e la gratitudine verso il mio pubblico mi fornisce sempre grandi motivazioni. Credo sia davvero troppo presto per parlare di traguardi, ma il giorno che mi hanno contattato dal Comune di Marmirolo Mantovano per inaugurare con un mio spettacolo la nuova biblioteca civica mi sono detto: non è più solo un divertissement. Ora il mio prossimo obiettivo è mettere in scena il mio nuovo spettacolo: Raffaello il dio mortale che avevo preparato per il cinquecentenario della morte del maestro; mi piacerebbe organizzare un grande evento per la città magari per celebrare la fine di questa tristissima esperienza della pandemia. Infine, come ho già dichiarato in altre interviste, mi piacerebbe esibirmi per una iniziativa pro bono a Bergamo una città che ha sofferto moltissimo e al quale mi legano molte sincere amicizie di lunga data.