Di Paolo Borgognone

REGGIO EMILIA – Nella difficile situazione che tutti stiamo vivendo ormai da oltre un anno, la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia ha sempre cercato di portare un messaggio positivo e di far vivere alla città almeno una parvenza di ritorno alla normalità. Proseguendo in questo cammino, i dirigenti hanno voluto mantenere, con coerenza e coraggio, il programma annunciato, inaugurando la stagione lirica del Teatro Municipale Valli con il previsto nuovo allestimento del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, coprodotto con la Fondazione Teatro Comunale di Modena. Fino all’ultimo si è sperato di poter aprire le porte al pubblico, pur con tutti i protocolli di legge, ma la zona rossa attribuita all’intera Emilia Romagna lo ha reso impossibile e quindi l’unica opzione attuabile è la diretta streaming.

Il ruolo di Rosina, una delle figure femminili più vivaci e interessanti nella storia dell’opera buffa, è affidato al giovane, ma già affermato soprano Michela Antenucci.

Come si è accostata al mondo dell’opera?

A dire la verità ho sempre cantato, fin da piccolissima. Ogni occasione era buona per salire su un palcoscenico, per esempio partecipando alle recite scolastiche. Poi a 15 anni entrai nel coro della mia città, Isernia, che in quel periodo era diretto da un tenore. Nella mia famiglia c’è sempre stato amore per l’opera, da parte soprattutto di mia madre e dei miei zii, ma sinceramente a me non piaceva molto. Il colpo di fulmine avvenne guardando in televisione una edizione della Traviata di Verdi. Alla fine dissi: questo è il lavoro che voglio fare!

Nel suo percorso artistico ha cantato molto barocco ed anche madrigalismo. Questa esperienza con la musica antica quanto la ha aiutata nella sua formazione operistica?

Moltissimo! Non so come sarei adesso se non avessi fatto quelle esperienze. La musica antica affina l’orecchio e l’intonazione, abitua a rispettare il dettato musicale sottolineando il senso del testo. E a prestare attenzione a tante cose che la lirica d’oggi dà per scontate.

Il regista Fabio Cherstich è artista di grande fantasia e crea scene spumeggianti. Ma lei come vive interiormente e vocalmente il personaggio di Rosina, che spesso viene affidato a un mezzo- soprano?

Con Fabio mi sono trovata benissimo. Ci siamo capiti subito e abbiamo collaborato in armonia. Per quanto riguarda la vocalità, sono un soprano che ha la capacità di scendere agevolmente nei toni medio gravi. Del resto ci sono diversi altri ruoli che possono venire affidati a un soprano o a un mezzosoprano con la stessa efficacia. Rosina a una lettura superficiale potrebbe apparire una bambolina che fa i capricci. Ma non è così, è una ragazza intelligente, schiacciata da una realtà familiare pesante. E quando dice frasi come “sarò una vipera”, in fondo cerca di dar coraggio a se stessa. Il mio intento è infondere al personaggio uno spessore e una crescita nel corso dell’opera.

E per il futuro, quali sono i suoi sogni artistici, i ruoli che vorrebbe interpretare?

Il mio sogno più grande forse non lo realizzerò mai, perché amo Puccini, ma il mio timbro vocale non sembra adatto per i grandi ruoli pucciniani. Però ho molti altri sogni realizzabili: per esempio Cleopatra nel Giulio Cesare di Haendel, Adalgisa nella Norma di Bellini, Micaela nella Car- men di Bizet, Norina nel Don Pasquale di Donizetti. Sono opere apparentemente lontane una dall’altra, ma la mia voce mi consente di cambiare repertorio, e penso che sia bene farlo, è un modo per tenere in allenamento il proprio mezzo vocale. Sinceramente non ho mai basato la mia realizzazione sull’importanza del ruolo, e mi piacerebbe anche fare un personaggio come Clorinda della Cenerentola di Rossini, se non tagliano l’aria che deve cantare! Finora mi hanno proposto prevalentemente ruoli brillanti, ma adesso cerco qualcosa che abbia una drammaticità maggiore, per questo penso ad Angelica in Orlando Furioso di Vivaldi.

Colgo nelle sue parole un profondo amore per il suo lavoro…

Sì, mi piace molto quello che faccio. Certo, richiede anche una disciplina di vita. Ma studiando si finisce per apprezzare anche cose che all’inizio non sembravano così belle.

E in questo modo i motivi per amare questo lavoro aumentano. Vede, adesso manca il pubblico, alla fine di ogni

recita in streaming non possiamo avere gli applausi ai quali eravamo abituati. Ma non trovo che questa sia una motivazione sufficiente per non essere contenti. Per chi ama questa professione come la amo io, la vera gioia sta nel poterla fare.

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