REGGIO EMILIA – La terapia con gli anticorpi monoclonali sta procedendo anche a Reggio Emilia. Sono 37 le somministrazioni fatte fino ad ora. Di queste, 10 sono state eseguite a pazienti segnalati direttamente dall’ospedale mentre gli altri 27 dalla componente territoriale.

Nessuno ha avuto effetti collaterali importanti nè durante nè dopo la somministrazione – ha spiegato la direttrice sanitaria Nicoletta Natalini – Dopo la terapia ai pazienti viene richiesto di fare un ‘monitoraggio attivo’ attraverso un link a cui collegarsi tutti i giorni da casa per rispondere a domande e monitorare come stanno e quali sintomi presentano. I dati vengono visti dai medici di medicina generale, dai medici Usca e anche dal servizio di malattie infettive che gestisce la terapia monoclonale, ed è molto utile per seguire i pazienti da casa”. Solo una persona ha evidenziato un peggioramento clinico, ma dovuto alla sua patologia preesistente e non al covid. 

La direttrice Natalini

“I pazienti a cui sono stati somministrati gli anticorpi monoclonali a Reggio Emilia – continua – sono principalmente persone con problemi di obesità, problemi cardio vascolari o cerebro vascolari, e hanno un’età media di 64 anni. Poiché la terapia si può fare entro 5 giorni dalla comparsa dei sintomi, il sistema dell’Ausl è organizzato in modo da intercettarli entro il terzo giorno. Solo 7 o 8 persone sono state segnalate ma poi considerate non idonee poiché non rientravano nelle categorie patologiche oppure perché avevano già i sintomi da troppo tempo”.

La direttrice ha ribadito l’efficacia del modello dell’Ausl reggiana che verrà ripreso dalla circolare regionale. Tra i punti di forza il prelievo del sangue per il dosaggio degli anticorpi, il tampone immediato e il coinvolgimento sia del territorio che dell’ospedale. Il sistema prevede che tutte le richieste siano informatizzate, anche il monitoraggio dei sintomi può essere fatto in modo automatico in modo che tutti gli interessati possano avere accesso alle informazioni che servono.

“Siamo una delle regioni che sta somministrando meno i monoclonali – conclude Natalini – ma questo avviene proprio perché sono state vaccinate percentuali molto alte delle categorie a cui la terapia si rivolge”.