di Antonio Lecci

Con un tremendo boato il Po rompe gli argini e dilaga. Situazione drammatica a Mantova, 18 mila ettari allagati nel Cremonese, un metro e mezzo d’acqua in centro a Gualtieri. Erano questi alcuni passaggi delle cronache dell’alluvione del 1951. Era il 14 novembre di 70 anni fa quando il cedimento dell’argine del Crostolo a Gualtieri provocò il deflusso dell’acqua del Po verso i centri abitati: Gualtieri, Santa Vittoria, Meletole, Brescello, Boretto furono i centri maggiormente colpiti dalla piena del grande fiume. Paesi sfollati. All’epoca furono necessari anche cinque o sei mesi per il ritorno alla normalità in alcune zone rimaste sott’acqua per giorni e giorni. Poi il lento rientro, la pulizia degli edifici, finalmente il ritorno alle case per tante famiglie.

Anche il cinema, attraverso uno dei film di Peppone e don Camillo, ambientato a Brescello, ha voluto rendere omaggio al sacrificio e al dramma vissuto da tante famiglie della Bassa Reggiana, oltre che degli altri territori colpiti dalla calamità, in particolare il Polesine. Ecco un breve passaggio del messaggio augurale di don Camillo nel ricordo dell’alluvione del 1951.

A rileggere la cronaca di Bruno Gabbi, di Gualtieri, sembra di rivivere quei momenti drammatici. “Verso le 3 il traffico sulla Statale 63 si fa intenso e frenetico. Sciabolate di luci fendono le ombre della notte: sono i fanali delle centinaia di autocarri che vanno e vengono e che entrano ed escono dalle “spianate” della case coloniche per porre in salvo il bestiame. Verso le tre e mezzo un cupo grosso tonfo: quasi tutta la spalla esterna dell’argine, sfaldata dall’erosione dell’acqua, parte: una fetta di circa 50 metri di lunghezza. Raccogliamo i nostri stracci e ci avviamo verso casa, pensando affranti a cosa accadrà tra pochi minuti o poche ore. Arriviamo press’a poco all’altezza della Possessione Benaglia. Siamo raggiunti da un boato: tutti comprendiamo cosa sia accaduto, mentre trasaliamo. Un lembo del nostro cuore se ne è andato. Uno di noi borbotta in un sommesso dialetto: “Ragass..l’arsen l’è partì”.