
REGGIO EMILIA – “Chiedo la possibilità di parlare. Voglio dire tutta la verità. Tante le bugie dette”. Così Shabbar Abbas, padre della giovane uccisa a Novellara nell’aprile del 2021, ha fatto una dichiarazione spontanea durante l’udienza di questa mattina presso la Corte d’Assise di Reggio Emilia, dopo le repliche degli avvocati difensori. “Ho sentito in tv tante volte i giornalisti dire cose non vere. Io non sono una persona mafiosa, io non ho ammazzato né qui in Italia né in Pakistan. Io non sono andato in casa di Saqib per minacciare qualcuno. Tutto questo è falso. E’ falso chi dice che noi abbiamo ucciso Saman e poi siamo scappati. E’ falso che abbiamo scavato la buca il 29 aprile. Io dico tutto ciò che so su mia figlia fino al 30 aprile 2021, ultimo giorno in cui l’abbiamo vista”.
“La mia famiglia – continua Shabbar – è venuta qui in Italia nel luglio del 2016. Qualche mese dopo i ragazzi hanno iniziato la scuola. Saman è sempre andata a scuola. C’era un computer a casa e lei lo usava anche per studiare. Non voglio dire bugie: qui ne ho sentite tante. Gli avvocati, miei difensori, gli hanno sempre detto di dire la verità. Inizialmente ero piuttosto titubante, poi ho iniziato a fidarmi. La verità viene sempre fuori. Io volevo parlare qui, davanti ai signori giudici e agli avvocati. Voglio liberarmi dai tanti pesi che porto dentro. Mia figlia è morta. La mia famiglia è finita per me. In tutta la mia vita non ho mai picchiato nessuno, né mia figlia né mio figlio. Queste parole mi fanno molto male. Saman era molto intelligente, era forte. Come tutti i ragazzi, anche lei diceva delle bugie. Signori giudici, i genitori non vogliono mai il male per i propri figlio e io non ho mai pensato male né per mia figlia né per i miei figli. Io sono una persona povera, per questo sono venuto in Italia. Anche il matrimonio combinato è una falsità: lei era contenta di ciò. Chiamava spesso il cugino (“futuro marito”) più grande e i suoi genitori. Lei usava internet dal mio cellulare.
“Quando Saman è andata via di casa, in Belgio, ha portato con sé tanti soldi e anche l’oro. Sono andato dalle autorità, dicendo che Saman era ancora minorenne e immatura. I carabinieri hanno sporto denuncia. Io piangevo sempre. Una settimana dopo Saman mi chiama, dicendomi di non stare bene. Mi ha chiesto di farle un biglietto per tornare in Italia. La mia intenzione era quella di parlarle. Lei è stata via 12 giorni circa. Tutti sapevano che era stata in Belgio, ma io volevo che questa cosa non si sapesse in Pakistan, in quanto la fuga di una figlia viene vista in malo modo. Lei non voleva più tornare in Belgio: con sé ha riportato solo l’oro, i soldi li ha lasciati lì. Mi ha chiesto di dire anche questo ai carabinieri. Dopo quest’episodio Saman sarebbe voluta andare in Pakistan. Eravamo in periodo di Covid e i biglietti costavano molto. La volontà di Saman era di partire tutti insieme, ma in azienda c’era tanto da fare. Ho comprato 3 biglietti, poi dopo il loro arrivo in Pakistan li ho raggiunti e siamo stati fino a settembre. Quando siamo rientrati i rapporti con la famiglia di mio nipote (futuro marito di Saman) erano buoni. Quando mi hanno chiamato i servizi sociali (io non sapevo cosa fossero), volevano parlare con me, Nazia e Saman. Noi eravamo tornati da poco dal Pakistan. “Domani venite qua a Novellara, presso la sede dei servizi sociali”. La prima volta sono andato con Saman, la seconda volta invece sono andati Alì, Nazia e Saman. La terza volta, quando sono tornati Nazia, Alì e Saman, Saman è stata prelevata e presa in carico dai servizi. Io mi sono sempre preoccupato, ho sempre chiesto perché fosse stata prelevata e quando andavo dai Carabinieri mi dicevano di tornare a casa”.
“In quel periodo non si lavorava come prima, casa mia era un disastro. Nazia piangeva sempre e quando andavo dai servizi sociali loro dicevano “Non si può! A casa ci sono dei problemi e per questo abbiamo portato via Saman”. Mi dicevano di andare via, come se fossimo animali”.
“I giornalisti mi hanno affibbiato questa etichetta: l’assassino di mia figlia. (Piange ndr). La vita in carcere non è facile. Questo mi fa molto male. Un padre e una madre non possono ammazzare i propri figli. Era il mio sangue. Io mi assumo mie responsabilità, le mie colpe, se i giudici riterranno di imputarmele. Per me la mia famiglia è finita. La mia colpa è quella di non essere tornato subito in Italia. Con queste parole mi sono liberato del grande peso che mi portavo dentro.”


