
BOLOGNA – Prende il via oggi presso il Tribunale di Bologna la prima udienza in Corte d’Appello per l’omicidio di Saman Abbas, la giovane 18enne di origine pakistana uccisa la notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 a Novellara, nel comune di Reggio Emilia. Il corpo della vittima era stato ritrovato, seppellito in una fossa, nel novembre del 2022, circa un anno e mezzo dopo l’omicidio. In aula, oggi, saranno presenti il padre e la madre di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen. Quest’ultima è stata estradata dal Pakistan lo scorso 22 agosto 2024 a processo concluso.
In primo grado è stata condannata all’ergastolo, come il marito Shabbar Abbas. Lo zio di Saman, Danish Hasnain, ha avuto una pena di 14 anni; i cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq sono invece stati assolti, motivo per cui la Procura di Reggio Emilia ha deciso di impugnare la sentenza in Appello. Secondo il procuratore di Reggio Emilia Gaetano Paci e la pm Maria Rita Pantani l’omicidio di Saman è stato organizzato e concordato tra tutti i familiari, comunicato anche ai parenti che vivevano all’estero sin dai primi giorni del rientro a casa di Saman e rafforzato dopo la scoperta della sua relazione con Saqib e della sua intenzione di fuggire. A loro avviso sussisterebbero le aggravanti di premeditazione e futili motivi.
Nell’impugnazione la Procura reggiana non si arrende e chiede di riascoltare alcuni testimoni e offre ai giudici di appello una serie di fotogrammi in sequenza per rivisitare i movimenti intorno alla casa di Novellara dove viveva la famiglia pachistana, tra il 29 e il 31 aprile 2021, quando Saman è stata uccisa. Per esempio, oltre al video del 29 aprile dove si vedono i due cugini e lo zio con attrezzi in mano, se ne aggiunge uno successivo dove Nomanhulaq impugna un piccone, strumento per scavare il terreno compatto, il che rafforzerebbe per l’accusa l’idea che la buca sia stata scavata dai tre. La Corte sostiene invece che fossero andati a fare un’attività agricola.
Un altro passaggio importante è dedicato al fratello della vittima, all’epoca minorenne, testimone chiave della Procura ma demolito nella sentenza dell’Assise come inattendibile. I pm insistono ribattendo che la sua posizione doveva essere quella di “testimone vulnerabile” e non certo quella di una persona potenzialmente indagabile.


