di Andreina Pezzi

REGGIO EMILIA – Entrando nelle sale quattrocentesche di Palazzo da Mosto Venerdì 6 dicembre, in occasione dell’inaugurazione di Jardin Planétaire, curata dalla rigorosa e misurata Silvia Bottani, che ha saputo ascoltare le opere e trasmettermi quella sensazione di “fare una scoperta” autentica e preziosa, ho conosciuto Nazzarena Poli Maramotti. Non avevo mai incontrato il suo lavoro e le sue opere, non me ne vergogno di dirlo. L’incontro è stato più limpido proprio per questo, senza aspettative o sovrastrutture. Oggi posso dire, con naturalezza, che è entrata nella lista delle mie artiste preferite in piena attività. C’è qualcosa nel suo modo di dipingere che mi ha toccato immediatamente, forse un richiamo lontano agli impressionisti che adoravo ai tempi della scuola (abbandonati poi per altri linguaggi), o forse è stata quella delicatezza che ho creduto di percepire nelle sue opere e che lei stessa, sorridendo, ha ribaltato, indicandomi invece la forza e la potenza del colore. Mi chiedo se invece non possa essere semplicemente l’effetto di piacevoli immagini da abitare, che portano un positivo silenzioso dentro le stanze.

Nelle sale calde del piano terra ho avuto la sensazione di entrare in un giardino libero, aperto, dove tutto può accadere. Jardin Planétaire è proprio così: un luogo in cui tele, ceramiche, carte e piccoli oggetti trovati si intrecciano e creano più che un paesaggio rappresentato, un percorso vivo. La pittura di Nazzarena si muove con naturalezza tra figurazione e informale. Pennellate dense, colori che vibrano, una materia che affiora e rompe la superficie. È questo intreccio a dare al paesaggio un’energia nuova e positiva, immediata e sorprendente.
Mi ha colpito la sua riflessione sul caso e sull’errore, visti non come ostacoli ma come veri motori del processo creativo. Sempre più artisti contemporanei parlano di questo tema, l’idea di una perfezione impeccabile sembra superata, mentre l’accettare ciò che accade e ciò che non avevamo previsto, diventa parte dell’arte stessa. Forse è proprio così, siamo fatti anche dei nostri errori e spesso sono loro a portarci più vicino a una forma di perfezione autentica. In questo caso con il titolo stesso della mostra, essere un “giardiniere planetario” significa anche accettare l’imprevisto, riconoscere che nell’incolto o nel disordine apparente si nasconde la vitalità più vera trasformando ogni evento in possibilità.
Le opere esposte, molte delle quali inedite, raccontano una pratica libera, mobile, capace di passare con naturalezza da tela a ceramica, da carta a tavola. È un dialogo costante tra materia e colore, uno sguardo aperto sul mondo vivente. Sono felice di aver attraversato questo giardino. E ancora di più di aver incontrato Nazzarena Poli Maramotti, intelligente, simpatica, sofisticata. Un’artista che non avevo ancora incrociato e che ora so mi accompagnerà a lungo.
La mostra è Visitabile a Palazzo da Mosto fino al 6 gennaio 2026


