REGGIO EMILIA – La situazione dei 164 lavoratori Inalca ancora senza una prospettiva occupazionale, a quasi un anno dal rogo che ha colpito lo stabilimento di via Due Canali, ha aperto un fronte di forte tensione sociale e politica in città.

Da un lato la Cisl Emilia Centrale definisce la vicenda “la più grave emergenza occupazionale degli ultimi vent’anni a Reggio Emilia” e chiede una mobilitazione civica. “Quello che stanno vivendo i lavoratori dell’Inalca è un dramma enorme che va oltre la mera questione sindacale e diventa un fatto etico, morale, che richiede la ferma mobilitazione civica di una città speciale come Reggio Emilia, dove lavoro, diritti e società sono sempre stati in cammino insieme”.

Così Rosamaria Papaleo, leader di Cisl Emilia Centrale, sulla vicenda dei lavoratori cui, “dopo 11 mesi di sacrifici pesantissimi, ora viene detto che non c’è posto nel futuro aziendale. Ribaltando le garanzie che fin qui parevano inscalfibili. Sono esuberi, niente riassorbimento nei poli di Piacenza, del Modenese, di Pegognaga. Solo cassa integrazione, in scadenza tra 20 giorni e poi la corsa contro il tempo per avere sei mesi di cassa”.

“Una vicenda drammatica di fronte alla quale tutti abbiamo il dovere di studiare, capire e proporre. Il rogo Inalca è stata ed è una brutta ferita occupazionale: con 164 persone che tremano stiamo parlando della più grave emergenza vista a Reggio da vent’anni a questa parte, dopo le crisi Aia e Giglio – sottolinea Papaleo –. Parliamo di uomini e donne che, in molti casi, 48 ore dopo l’incendio sono partiti sulle navette per andare nei poli Inalca, dando un significato profondo alla parola sacrificio. Il sacrificio che si fa per tenersi stretto un lavoro, un reddito, la propria dignità”.

La proposta è anche quella di una grande manifestazione cittadina davanti allo stabilimento. Papaleo infatti invita il Sindaco Massari e la Giunta a “chiamare a raccolta i reggiani e le reggiane per una grande manifestazione davanti ai cancelli di via Due Canali, prima che scada la cassa integrazione. Sperando sempre che davanti alla Regione l’azienda decida di cambiare rotta e di costruire futuro per i lavoratori che fin qui l’hanno servita”.

Parallelamente interviene il Comitato Amianto Zero, che critica apertamente l’operato della giunta Massari. Il comitato contesta le posizioni espresse nei mesi successivi all’incendio dall’amministrazione e dal Partito Democratico, in particolare l’ipotesi di una futura riconversione urbanistica dell’area di via Due Canali, ritenuta prematura rispetto alle priorità di bonifica, tutela della salute e salvaguardia occupazionale. Secondo il Comitato, le attuali dichiarazioni di “forte preoccupazione” del Comune arriverebbero in ritardo rispetto alle scelte politiche e alle valutazioni fatte in precedenza.

“La città che insegnava al Paese cosa significasse “mettere il lavoro al centro” oggi lo riduce a una voce di bilancio, un parametro da correggere, un costo da comprimere. In questo slittamento silenzioso sta la vera cecità della giunta Massari: un’amministrazione che si definisce ecosocialista ma agisce come un apparato burocratico, incapace di vedere ciò che nel caso Inalca è stato davvero smarrito” contesta il Comitato Amianto Zero.
“Non solo posti di lavoro, ma la dignità della vita quotidiana delle persone. Non solo procedure, ma la tutela della salute come priorità assoluta. Non numeri, ma volti: quelli dei lavoratori dell’Inalca che stanno per essere licenziati. Nel momento in cui il lavoro diventa un dettaglio contabile, è la città delle persone ad aver smarrito il proprio senso e la propria funzione storica che pretende di incarnare. Il Comitato Amianto Zero ha sempre difeso con coerenza e chiarezza le ragioni dei lavoratori INALCA, l’assenza di bonifica reale, i ritardi istituzionali. Noi non abbiamo mai pensato alla riconversione immobiliare mentre i lavoratori erano in cassa integrazione. Noi abbiamo sempre posto al centro la salute e la dignità delle persone”. “Nella vicenda Inalca, – concludono – la sinistra reggiana ha mostrato tutta la distanza tra l’ecosocialismo che proclama e quello che non è stata capace — o non ha avuto la volontà — di praticare. La mancata traduzione del principio di giustizia sociale in giustizia ambientale ha generato una tolleranza colpevole verso lo status quo industriale: salvaguardare la continuità produttiva nel breve periodo, sacrificando la salute collettiva nel lungo termine.Le lacrime di coccodrillo non bastano. Non sono credibili”.