Di Giulia Misti

REGGIO EMILIA – Il centro storico di Reggio Emilia perde un altro pezzo di identità, di lavoro e di memoria. In silenzio, il 31 dicembre ha chiuso il negozio di abbigliamento femminile “Via Toschi”, situato nell’omonima via, salutando la città con la stessa eleganza e discrezione che hanno sempre contraddistinto la sua titolare, Angela.
Nessun cartello di “chiusura totale”, nessuna svendita urlata. Solo una carta con dei cuoricini (idealmente un saluto, una manifestazione d’affetto verso tutte le clienti che lascia) che rivestono la vetrina. «Ho scelto il silenzio – racconta Angela – perché, talvolta, fa riflettere più di tante parole».
Quarant’anni di commercio vissuti tutti nello stesso spazio. Giovanissima, Angela vi entra, infatti, come commessa, negli anni ’80, quando il negozio era ancora Futuro Uomo. Nel 1999 lo rileva e lo trasforma in un’attività di abbigliamento da donna, conferendogli nel tempo una cifra personale fatta di ricerca, qualità, relazione umana e soprattutto di passione: «Forse sono stata meno commerciante e più appassionata», afferma, oggi, con una lucidità che non dissimula l’amarezza.
A pesare sulla decisione non è stata la stanchezza fisica, quanto quella morale. «Non ho sentito interesse nel valorizzare l’impegno», spiega. Orari ampliati, aperture domenicali, tentativi di offrire una presenza costante in centro: tutti sforzi che, secondo Angela, non hanno trovato riscontro né sostegno: «Ti senti messo da parte e a un certo punto capisci che stai lottando da solo».
C’è poi un cambiamento più profondo, strutturale, che riguarda il commercio stesso. «Oggi prevale il margine sulla qualità. Io non ho mai voluto abbassare il livello dei miei articoli, ma quando capisci che non c’è più spazio per questo tipo di proposta, allora smetti di farne parte». Una scelta coerente, sofferta, rimandata per anni: «Ogni stagione dicevo “chiudo”, poi andavo avanti», sempre mossa dalla sua profonda ed eclettica passione.
Dalle sue parole emerge anche il tema della città che cambia: eventi che non coinvolgono realmente i commercianti, occasioni mancate di fare rete, un centro sempre più orientato alla ristorazione e sempre meno al commercio di qualità. «Non è vero che la città si unisce – osserva – ognuno pensa al proprio orticello».
A tutto questo si aggiunge la questione della sicurezza, percepita come un forte deterrente per la clientela, soprattutto nelle ore pomeridiane e serali: «“Non vengo più in centro, ho paura”, mi dicevano sempre più spesso le mie clienti». Una paura che priva la passeggiata di quella leggerezza che spesso porta all’acquisto spontaneo. Per Angela il negozio non è mai stato soltanto un luogo di vendita: «Chi entrava, entrava a casa mia», racconta. Accoglienza, ascolto, garbo: il commercio con la “C maiuscola”, come relazione, come mestiere, eredità di una scuola che oggi sembra sempre più rara.
Una domanda, che non necessita di levarsi, pur nella sua urgenza, essendo sempre latente, ma ignorata e destinata a rimanere inevasa, è, dunque, il sottotesto di questo seriale epilogo: quale spazio resta, oggi, per chi crede ancora nel commercio come valore culturale, identitario e umano, prima che economico? Con la chiusura di “Via Toschi” Reggio Emilia non perde solo un negozio. Perde un pezzo di città che funzionava, un’idea di commercio fatta di competenza, relazione e responsabilità. Perde un presidio quotidiano che teneva vivo il centro senza clamore né scorciatoie. E mentre si continua a parlare di rilancio e di attrattività, la realtà è che un’altra saracinesca si abbassa. E una città che lascia morire in silenzio ciò che la tiene viva si sta arrendendo.


