Biblioteca Santa Croce

REGGIO EMILIA – Venerdì 30 gennaio 2026 alle ore 18 inaugura, presso gli spazi della Biblioteca Santa Croce – Villa Cougnet a Reggio Emilia in via Adua 57, la mostra fotografica “Shooting in Sarajevo” di Luigi Ottani, a cura di Roberta Biagiarelli.

L’esposizione, realizzata nell’ambito delle iniziative promosse dalla Biblioteca Panizzi e dall’assessorato alla Cultura e Giovani del Comune di Reggio Emilia, è costruita su immagini arricchite da testi inediti curati dall’artista multidisciplinare Roberta Biagiarelli, tra le voci più autorevoli in Italia e a livello internazionale sulla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Immagini e testi che si intrecciano anche nel libro storico artistico “Shooting in Sarajevo” (Bottega Errante Edizioni, 2020) realizzato dagli stessi autori e che restituiscono un punto di vista inedito sull’assedio di Sarajevo: quello dei luoghi da cui i cecchini colpivano la città, osservando le vittime e, in pratica decidendo chi doveva morire o essere risparmiato.

La mostra racconta come tutto sia nato ritornando sui luoghi dove i cecchini si appostavano durante l’assedio: ripercorrendo quelle postazioni emerge la consapevolezza di quanto la popolazione fosse esposta. Come racconta Roberta Biagiarelli: “La città di Sarajevo, se la si guarda dalle montagne intorno che la incoronano, appare lì stesa come sul palmo di una mano e si offre in tutta la sua bellezza e vulnerabilità. Allora capisci quanto sia stato facile uccidere. Da qui – continua – la potenza evocativa delle foto, incorniciate in formato vintage polaroid, “one shot”, e invecchiate per sembrare un reperto di guerra, e poi con un mirino accanto al soggetto per restituire l’attimo.

Quello tra la vita e la morte. Nelle postazioni dei cecchini e delle cecchine (perché anche alcune donne facevano questo lavoro) ci siamo andati con i sopravvissuti all’assedio e loro stessi spesso si sorprendevano di quanto inesorabilmente fossero stati, a loro insaputa, un bersaglio. Credevano di essere al sicuro dietro a una paratia di ferro, un muro, un blindato e invece dai loro micidiali punti di osservazione i cecchini vedevano tutto, esattamente come noi scrutavamo i cittadini e le cittadine ignari di essere inquadrati dalla nostra macchina fotografica. In quei momenti – conclude – i testimoni dell’assedio realizzavano che era stato il cecchino a decidere di lasciarli vivi”.