di Andreina Pezzi

Ritratto di Giuditta Branconi Ph. Pietro Cisani

REGGIO EMILIA – Ieri alla Collezione Maramotti si è inaugurata Cannon Fodder, la prima mostra personale della giovane artista Giuditta Branconi, in uno spazio istituzionale, visitabile fino al 26 luglio 2026.

Giuditta accoglie i visitatori con naturalezza, quasi fosse uscita da una delle sue opere. Il suo sorriso empatico e la vivace t-shirt fucsia illuminano la sala.

È lei stessa a confidarmi, davanti a una delle tele, un ricordo d’infanzia. “Tornando a casa da scuola, lungo una strada di campagna, trovai un uccellino a terra”. Racconta di averne avuto cura insieme a un amico, ma quell’episodio lasciò in lei una traccia profonda. Da allora i volatili sono diventati una presenza inquieta, difficile da superare. Nelle sue opere gli esseri volanti riemergono infatti come simboli fragili e ambigui anche piuttosto teneri.

Le ali, che spesso associamo alla libertà, per Giuditta Branconi sono un elemento destabilizzante che nella pittura diventano un modo per esorcizzare ciò che resta impresso dentro di lei. D’altra parte la vita è fatta di emozioni, belle o dolorose, che finiscono per forgiare la nostra identità.

Le tele dell’artista funzionano in questo senso come pagine di diario. Ogni opera raccoglie frammenti di vita, immagini, simboli, parole che si stratificano in un racconto visivo denso e sorprendente.

Inizialmente il progetto che l’aveva portata a dialogare con la fondazione riguardava il rapporto con la madre. Ma la complessità di del tema, un cammino tortuoso, è difficile da rendere per ora pubblico. L’artista ha quindi scelto di spostare lo sguardo verso una dimensione più apertamente politica, dando forma a Cannon Fodder, letteralmente “carne da cannone”.

Il titolo evoca corpi consumati da sistemi più grandi, tensioni che sulla tela esplodono in composizioni ricche di segni, parole e simboli presi dalla cultura alta e popolare. Letteratura, in particolare quella russa che tanto ama, fumetti, giornali, canzoni e messaggi si intrecciano in un flusso visivo continuo che restituisce tutta la sensibilità dell’artista e invita a un’esperienza di lettura libera.

Cuori, catene, scene di caccia, nuvole, stelle, fiori, scheletri, farfalle e uccellini convivono senza gerarchie.

Giuditta Branconi – 2025 © Giuditta Branconi Courtesy of the artist; L.U.P.O Gallery, Milan – Ph. Pietro Cisani

Al centro della mostra si trova una grande installazione pittorica composta da tele dipinte su entrambi i lati e attraversabile dal pubblico. Entrarci significa quasi varcare la soglia dello spazio mentale dell’artista, tra segni che sembrano spinti fino al limite della vertigine.

Ammetto che inizialmente il mio sguardo si è perso in una sorta di mandala contemporaneo, quasi ipnotico. Poi, tra una conversazione e riflessione, le immagini hanno iniziato a rivelare nuove tensioni e nuovi orizzonti di lettura. Più si passa da una tela all’altra, più si comprende come al visitatore venga lasciata la massima libertà per entrare nelle opere secondo la propria sensibilità, ogni volta in modo diverso.

In occasione della mostra sarà pubblicato anche un volume con un testo di Flavia Frigeri, storica dell’arte e curatrice presso la National Portrait Gallery di Londra.

Giuditta Branconi – 2025 © Giuditta Branconi Courtesy of the artist; L.U.P.O Gallery, Milan – Ph. Pietro Cisani

La mostra si inserisce nel percorso della Collezione Maramotti, realtà ormai centrale per l’arte contemporanea a Reggio Emilia. Ospitata negli spazi dell’ex stabilimento Max Mara, la fondazione rappresenta da anni un raro esempio di collezionismo privato aperto al pubblico, capace di sostenere ricerche artistiche ambiziose e di offrire agli artisti un contesto di lavoro attento e rigoroso. In questo percorso ha un ruolo fondamentale la direttrice Sara Piccinini, che con il suo sguardo curatoriale accompagna i progetti espositivi mantenendo vivo il dialogo tra la collezione storica e le nuove generazioni di artisti.

La Collezione Maramotti conferma la propria attenzione verso artisti emergenti che, attraverso la pittura, sviluppano ricerche personali e nuovi immaginari visivi. Forse è proprio questa la forza di questo luogo, non esaurirsi in una sola visita. La personale di Giuditta Branconi, insieme alla collezione permanente, invita a tornare più volte, lasciando che emozioni e riflessioni emergano lentamente davanti alle opere.