REGGIO EMILIA – Nel dibattito riacceso dal processo sulla Cascina Spiotta, interviene Giovanni Tarquini, con una lettera che critica la spettacolarizzazione mediatica delle vicende legate agli anni di piombo e alle Brigate Rosse. Le recenti testimonianze e ricostruzioni emerse in aula hanno riportato l’attenzione sullo scontro a fuoco del 1975, riaprendo interrogativi su responsabilità storiche e rappresentazione pubblica di quei fatti.

“I processi sono luoghi di sofferenza, di dispute interiori senza vinti o vincitori – scrive Tarquini – La celebrazione mediatica li riduce a un prodotto da distribuire al pubblico servendolo sul vassoio dell’ipocrisia. Quando in un’aula di giustizia si dà la parola ai protagonisti di episodi del passato, la verità storica viene soffocata da quello spazio processuale, pur legittimo ma fastidioso.

Si giunge così a una possibile umana comprensione che tuttavia non rende giustizia, anzi ferisce profondamente chi ha vissuto davvero quei momenti e offende la memoria di chi, per senso del dovere e del ruolo che ricopriva, ha messo in pericolo la propria vita e quella dei suoi famigliari”.

“Da figlio di un magistrato che ha lottato contro il brigatismo rosso e da ex allievo di un generale dei Carabinieri che ha perso un occhio e un braccio in quella sparatoria, – prosegue – non è sopportabile, e provo un senso di nausea profonda nel veder riproporre episodi di ferocia criminale con un assurdo ribaltamento ideologico tra vittime e carnefici.

Chi ha fatto quella scelta di lotta armata ha scelto di mettersi contro lo Stato e ha accettato l’idea di colpire e uccidere chi lo rappresentava. Questa è la verità. Unica. Inconfutabile. Il resto è inaccettabile.

Unico pensiero in più, altrettanto preoccupante, viene dalla considerazione dell’anziano ex brigatista secondo cui “i valori della nostra città hanno influenzato quelle scelte“. Pur con rispetto umano, è inascoltabile”.