
REGGIO EMILIA – Ieri pomeriggio, al Centro internazionale Loris Malaguzzi, si è svolto il convegno “10 anni dal processo Aemilia”, promosso dal Comune di Reggio Emilia, con il patrocinio della Regione. Dieci anni sono infatti passati dall’avvio del più importante processo intentato contro la ‘ndrangheta nel Nord Italia e in particolare in Emilia-Romagna.
Attraverso questo evento, Reggio Emilia ha voluto riflettere su quanto il maxiprocesso, che ha visto duecentoventi imputati e centinaia di udienze a ritmo serrato nell’aula bunker del tribunale reggiano, ha significato per il nostro Paese e quali insegnamenti ha offerto per comprendere e contrastare il fenomeno mafioso.
Dopo i saluti del sindaco di Reggio Emilia Marco Massari, del presidente della Provincia Giorgio Zanni, del presidente della Regione Michele de Pascale e del prefetto di Reggio Salvatore Angieri, si è entrati nel vivo dei lavori con gli interventi di Francesco Maria Caruso, già Presidente del Collegio giudicante processo Aemilia, di Giovanni Melillo, Procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, di Paolo Guido, Procuratore capo della Procura della Repubblica di Bologna, di Luca Vecchi, già Sindaco di Reggio Emilia e di Vincenza Rando, senatrice, membro Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie e avvocato di parte civile al processo Aemilia. A moderare la discussione è stato il giornalista di Rai Emilia-Romagna Luca Ponzi.
Il presidente della Regione, Michele de Pascale, ha sottolineato nel suo intervento come ci sia stato un vero e proprio “prima” e “dopo” il Processo Aemilia. “Prima di Aemilia il dibattito pubblico sulla presenza mafiosa in Emilia-Romagna era spesso diviso tra due posizioni opposte: da una parte i negazionisti, che tendevano a minimizzare o addirittura negare il problema; dall’altra c’era, invece, chi vedeva la mafia come una minaccia esterna, come se il territorio fosse un fortino assediato da un nemico proveniente da fuori.
Aemilia – continua – ha invece mostrato una realtà diversa e più complessa: la mafia non era semplicemente qualcosa che arrivava dall’esterno, ma un fenomeno ormai radicato da tempo nel territorio, inserito nelle dinamiche economiche e sociali locali e, purtroppo, parte della stessa comunità”.
De Pascale ha ricordato anche che pochi anni prima del processo, “l’Emilia-Romagna era stata colpita dal terremoto del 2012. In quel contesto fu particolarmente significativa la scelta di Vasco Errani, allora presidente della Regione, che decise di investire nel rafforzamento delle strutture amministrative e dei funzionari incaricati delle interdittive antimafia. Una decisione importante, che dimostrò la volontà di prevenire il rischio di infiltrazioni mafiose proprio in una fase delicata come quella della ricostruzione post-sisma”.

“Il processo Aemilia, insieme al risvolto mediatico che suscitò – ha detto il Procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Giovanni Melillo – ha portato all’attenzione pubblica la presenza delle mafie nel Nord Italia.”
In un passaggio del suo discorso il Procuratore ha voluto sottolineare la presenza di una cosiddetta “area grigia”: “che non è composta da soggetti passivi o indifferenti, ma da persone che sono colluse o complici: imprenditori, professionisti e altri attori che fanno affari con le organizzazioni mafiose e ne condividono interessi e obiettivi. È proprio questa area grigia a garantire la sopravvivenza delle mafie: anche quando un’organizzazione viene smantellata, le relazioni e le connessioni restano e permettono una continua rigenerazione.
Le mafie – ha poi continuato il dott. Melillo – hanno una straordinaria capacità di adattamento e conoscono bene la modernità, le tecnologie e il funzionamento dello Stato. Proprio per questo riescono a proporsi come interlocutori credibili per chi cerca determinati “servizi”. Nel nord esiste infatti una domanda locale, legata a una vera e propria ricerca di collaborazione da parte di imprese e professionisti. Senza questa disponibilità – ha concluso – le mafie non avrebbero il radicamento che oggi dimostrano di avere”.


