Di Andreina Pezzi
REGGIO EMILIA – La sensazione che ho avuto osservando il primo weekend della XXI edizione di Fotografia Europea 2026 è quella di un festival che ha restituito a Reggio Emilia qualcosa che, negli ultimi anni, sembrava essersi appannato. Una “stracciata” di polvere quasi necessaria dopo lungo tempo.
Ho motivo di credere sia dovuta anche grazie alla presenza di Arianna Catania non solo come persona, legata al mio immaginario di mamma piovra, ma anche per la chiarezza del linguaggio che oltre alla lingua italiana (non è un dettaglio considerando che i curatori Clark e la Lebart dopo anni non la utilizzano nemmeno nei ringraziamenti iniziali), anche per sensibilità nelle scelte artistiche della Catania.

Siamo d’accordo, la fotografia deve essere messaggio, avanguardia e concetto ma allo stesso tempo oggi serve stile espositivo capace di parlare e arrivare, non solo di dichiarare. E quest’anno, anche attraverso gli allestimenti, questo elemento non manca.
Il centro storico, complice il bel tempo e l’apertura prolungata delle sedi espositive, è tornato a essere abitato e vissuto da visitatori e addetti ai lavori provenienti da tutta Italia ed Europa.
un weekend che ha mostrato una direzione precisa nel dialogo più internazionale alla Collezione Maramotti, con una linea curatoriale coerente, elegante e mai scontata.
La mostra di Ndayé Kouagou, Heaven’s Truth, per la prima volta in Italia con le opere più recenti, è stata presentata e vissuta attraverso la presenza dell’artista. Ndayé Kouagou infatti ha presentato personalmente il suo progetto, restituendo in modo diretto le emozioni e la forte carica intellettuale che attraversano il suo pensiero e la sua creatività. Ho avuto modo di confrontarmi con lui, scoprendo semplicità e gioiosa ironia. Nonostante la mia personale difficoltà con l’inglese, ci siamo capiti attraverso Google, trasformando quel breve scambio in un momento spontaneo e divertente in pieno stile Kouagou. Le sue opere, tra video, installazioni e una nuova produzione ispirata al fotoromanzo, nascono da testi che sembrano familiari ma sfuggono continuamente a una definizione precisa. L’artista costruisce narrazioni che disorientano, in cui ironia e inquietudine convivono spostando il significato, moltiplicandolo.
Trovo estremamente efficaci le foto-installazioni sagomate o i manifesti alla fine del percorso, lavori che emergono con forza visiva, capaci di comunicare un messaggio diretto in stile pubblicitario, mantenendo la consapevolezza stilistica. Ancora una volta, la Collezione Maramotti dimostra quanto sia fondamentale un dialogo tra arte e società, che non si esaurisce nella dimensione imprenditoriale ma si apre a una responsabilità culturale più ampia.
Altro evento fondamentale si è svolto in tarda mattinata, domenica 3 maggio nel Portico dei Marmi di Palazzo dei Musei Civici: l’assegnazione del Premio Giovane Fotografia Italiana Luigi Ghirri. Un appuntamento che si conferma come osservatorio sulle nuove generazioni. Vince il premio di questa edizione Voci / Voices, il progetto La Fortezza di Federica Torrenti.

La motivazione della giuria composta da: Arianna Catania, Adele Ghirri, Stefano Graziani, Damiano Gullì e Giangavino Pazzola, sottolinea la capacità di esplorare la mente e i meccanismi della coscienza attraverso un approccio originale, che intreccia fotografia e ricerca scientifica. Il lavoro costruito con rigore, capace di aprirsi a una dimensione più ampia, dove il confine tra visibile e invisibile si fa sottile, è stato apprezzato anche dai visitatori.
Colpisce il percorso dell’artista, medico specializzato in diagnostica per immagini, che utilizza la fotografia come strumento per interrogare la relazione tra umano e non umano, tra corpo, mente e ambiente, una visione relazionale in cui nulla è isolato, ma tutto è in connessione.
Accanto alla vincitrice, il premio ha dato spazio anche ad altri percorsi significativi come la menzione a Karim El Maktafi con Archivio del Mare, intenso lavoro sulla memoria delle migrazioni, fino ai riconoscimenti assegnati a diversi artisti selezionati, a conferma di un panorama giovane articolato e profondamente consapevole.
È proprio in questo doppio movimento del weekend, da un lato la solidità internazionale alla Collezione Maramotti, dall’altro le nuove generazioni del Premio Luigi Ghirri, che si è respirata la qualità di questa edizione del Festival FE 2026 e del suo necessario cambio di passo.










