di Gabriele Arlotti

APPENNINO REGGIANO – Se provate a salire l’Appennino, là dove le colline si fanno ripide e l’aria profuma di faggio, la notizia dell’ufficializzazione dell’Igp per l’Erbazzone Reggiano – approvata dalla Commissione Europea il 20 marzo 2026 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea – è stata accolta con un misto di orgoglio da parte delle autorità provinciali e regionali, ma anche con profondo scetticismo tra i crinali.

Per i montanari, infatti, quel disciplinare arrivato da Bruxelles ha il sapore di un mezzo tradimento: nel testo sacro della ricetta protetta manca il riso. Quello che in pianura viene liquidato come un “fronzolo”, tra i monti è da secoli l’anima stessa dell’erbazzone (lo Scarpasun). Per chi custodisce la tradizione delle alte valli, un erbazzone senza quei chicchi bianchi – nati storicamente dal sudore delle mondine e cotti nel latte per fare volume e sostanza nelle invernate più dure – non è una specialità certificata: è solo un ripieno a metà.

Ne parliamo con Francesca Pisani, presidente e anima con un bel gruppo di volontari del progetto Carpineti da Vivere, associazione e pagina social nata per promuovere il territorio, le tradizioni e gli eventi carpinetani, tra cui la nota manifestazione dedicata proprio allo Scarpasun montanaro.

Francesca, partiamo dalla pancia del crinale: quando avete letto il disciplinare IGP dell’Erbazzone Reggiano e avete visto che il riso era stato ufficialmente escluso, qual è stata la prima reazione a Carpineti? “Stupore. Ci siamo chiesti immediatamente se ci sarà una postilla in un secondo momento per tutelarci, o se finisce così…”

Per la pianura il riso è una variante, ma per voi è storia. Ci racconti il legame profondo tra la montagna reggiana, le mondine e quel pugno di riso cotto nel latte che cambia completamente la consistenza dell’erbazzone montanaro? “Per noi di Carpineti da Vivere la tradizione è tutto. Dire ‘cibo-cultura’ non è una citazione di facciata, significa credere davvero nella nostra storia, quella che ci veniva raccontata dalle nostre nonne-mondine. Il riso in quel ripieno rappresenta la vita, il sacrificio e la memoria di un mondo passato racchiusi dentro un cibo.”

C’è un paradosso in questa IGP: tutela il prodotto, ma di fatto ‘esclude’ una fetta di territorio e di tradizione. Oltre a voi, qualcun altro ha notato questa assenza? È il solito discorso della città che la fa da padrona? “Nel nostro gruppo l’abbiamo notato tutti, è stato inevitabile. Purtroppo la forza economica della pianura e dei suoi imprenditori non ha rivali, e questo si riflette anche nelle decisioni burocratiche.”

Con Carpineti da Vivere valorizzate da anni la cultura locale e nelle vostre manifestazioni l’erbazzone con il riso è sempre stato il re indiscusso. Questa novità istituzionale cambierà il vostro modo di raccontarlo o, al contrario, vi spingerà a fare ancora più ‘resistenza’? “Non credo proprio che cambierà il nostro racconto, anzi. Saremo ancora più resilienti e fieri nel far scoprire alle persone la versione montanara con il riso, spiegandone il valore.”

Se dovessi organizzare una sfida o un ‘gemellaggio’ impossibile tra un produttore della pianura (rigorosamente senza riso) e una rezdora di Carpineti, quali sarebbero gli argomenti insuperabili a favore della versione montanara? “Diventerebbe una sfida non equa! Per il produttore di pianura si tratta di lavoro e, per quanto possa metterci impegno e farlo bene, non potrà mai competere con la rezdora. Lei lo prepara con amore per la propria famiglia, con l’unico scopo di donare ai propri cari il gusto della tradizione e delle proprie radici.”

Esiste, secondo te, lo spazio o la volontà in futuro per chiedere una menzione specifica (magari una sotto-zona o una dicitura ‘dell’Appennino’) all’interno del disciplinare, o preferite che la vostra ricetta resti libera da vincoli europei? “Ci sono tanti pro e tanti contro. La versione montanara avrebbe sicuramente il giusto risalto con un riconoscimento ufficiale, ma vorrei che un’eventuale richiesta fosse trainata dal piccolo artigiano che crede nella ricetta che gli è stata affidata dalla nonna, e non dai grandi produttori di pianura che sono sicuramente più potenti.”

Se domani un visitatore ti chiedesse: ‘Francesca, ma allora qual è il vero Erbazzone?’, tu cosa gli risponderesti per salvaguardare sia il neonato marchio europeo reggiano sia l’orgoglio della tua montagna? “Gli risponderei che l’erbazzone istituzionale è l’IGP, ma che la variante montanara con il riso è il cuore pulsante di una montagna che – piccolina proprio come un chicco di riso – resiste tra mille difficoltà per ricordare al mondo che esistiamo.”